
storie senza limiti by camillo sanguedolce is licensed under
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L'immagine è tratta dal film "Respiro" di Emanuele Crialese
Non me lo ricordo quant’anni ci’avevo, può darsi sette come può dirsi pure dieci. E mè soror che ce n’ha tre e menzo chiù di mia sarà stata appen’appena signorinella o ci stava arrivando giust’allor’allora. Il fatto è, da vero, che non eravamo mai, e dico mai, stati al mare.
Ora, per dei carusi nati e cresciuti e pasciuti in una cità come a Catania questa è cosa dell’altro mondo. Perché a Catania, che sembra sciddicata giù dalla Montagna proprio in braccio al mare, la marina è cosa naturale, sempre lì a portata di mano e dov’unque ti giri e ti firrij c’è mare di scogli e mare di rena: una varietà di gran lusso. Chiaro che alla Playa, la spiaggia di sabbia come ce l’hanno insegnata a chiamare gli Spagnoli, ci andavano principalmente le famiglie, alle spiagge libere come ai Lidi, che a Catania chiamiamo Lidi gli stabilimenti con le cabine di legno: Lidi che a noi, allora, ci parevano cose da ricchi, e forse da vero lo erano in un certo qual modo. Mentre alla scogliera, che a est si era formata con la lava sdivacata dalla Montagna nei tempi dei tempi, ci andavano per il più pescatori solitarij, i quali li vedevi sempre, ‘state e ‘nverno, aggattati con le loro canne in pizzo agli sdirupi a strapiombo sul mare; e per il più ci andavano macari carusazzi spizzati, bande di cani scio’ti che con la littorina calavano dai paesi dell’interno: Belpasso, Nicolosi, Paternò, Biancavilla…; o se nunca cataniseddi stritti che con i primi tepori si caliàvano la scola per andare al mare.
C’è da dire che nostra mater ci aveva cresciuto nel terrore dell’uni e dell’altri, a’mmia per lo meno, che a mè soru non lo so, dato che sicuramente ci impartiva nozioni e terrori diversi dàtisi i diversi sessi e la differente età. Così io sapevo, per me, che non si jocava in strata, che non si dava confirenza agli scanosciuti e assolutamente mai, a poi, le parolazze. ‘Ccussì m’imparai a taliare con manifesto terrore ma secreta invidia quei carusazzi scavaddati e sensa controllo che a’mmenzo alle strate tiravano quattro càuci a un pallone menzo floscio: già il fatto che con le cartelle e coi libri tutt’ansèmi alle giacche e alle birritte facevano du’ munzeddi ‘n terra per segnare i lati delle porte, era cosa che mi allarmava assai. Perché io quann’ero picciriddo, picciridditto ancora chiù nico intendo, quando la mamma ci portava dalle zie io non volevo jocare coi cuginetti per non sporcarmi e né manco sgualcirmi e facevo l’angileddo di pastareale che era la ‘nvidia delle zie e l’orgoglio della mamma, quell’orgoglio di mamma che avevo imparato a suscitare e nel quale per molto tempo ancora avrei continuato a riconoscermi e a conformarmi… E i carusazzi per la strata, quando li vedevo che cominciavano a liticare, che si acchiappavano a male palore, e che si ammuttàvano e si tiravano pigliandosi pure a càuci e a timpulate, ringraziavo gesùbbambino e mia matre che non mi avevano fatto di quella mala pasta, epperò finii col diventare un’orgogliosa mammoletta: la lingua non ha ossa e rompe lo ossa, m’avevano ‘nsegnato, e così m’ero fatto portatore di parole taglienti, che probabilente c’ero pure portato di mio, con i cui sofismi evitavo sempre la disputa manesca, anche quando sarebbe stata non solo necessaria ma pure sacrosanta, specialmente negli anni appresso dell’adolescenza.
Quei carusazzi, ovviamente, caliàndosi la scola non ci’avevano neanche il costume e si facevano il bagno con le mutandine, che all’epoca erano uguali per tutti, quelle bianche a costine, con quella scomoda apertura davanti che nessuno usava per tirarsi fuori la ciolla dato che il taglio era sempre o troppo in alto o troppo in basso. Solo una volta, m’arricordo, che mi capitò di avere un paio di mutandine con lo spacco all’altezza giusta, ci’avevo il pipo che mi nisceva sempre di fuori a shtricari con l’interno dei pantaloncini, che all’epoca mia matre mi faceva indossare esclusivamente pantaloncini corti, all’inglese diceva lei, al ginocchio, ‘state e ‘nverno, fino a quando non fui troppo alto e parevo riddìcolo assai. Ma tornando all’altri: accapitava, alle prime calure primaverili, che s’andavano a fare i primi tuffi, d’aprile o pure di marzo, e datosi che i costumi non ce l’avevano alle volte se le levavano proprio, le mutandine, per non bagnarle d’acqua di mare, o dopo, per farle asciugare stese su uno scoglio, e se ne stavano con le ciolle all’aria con l’aria di addivertirsi da vero assai assai, vociando con quegli accenti di dialetto che li faceva arriconoscere subbito, acciàna a ‘ccà!, davieeeru?, talè talè!, paisani zampirri, mentre io mi maceravo il fegato per tutte le regole che stavano allegramente infrangendo, viddani zzaùrdi. Senza capire che in realtà la mia era tutta ‘mmìria, gelosa invidia.
Questi però sono tutti frammenti di ricordi messi insieme in tempi diversi, anche tempi assai successivi. Di visioni fugaci e frammentarie di quando qualche vota, andando a trovare sua matre, la nonna Giuseppina che abitava alla Guardia, nostra matre eccezionalmente ci faceva fare il giro largo entrando a San Giovanni Li Cuti, fermandoci a bere l’acqua della fontanella che ai suoi tempi non c’era e non c’era manco il porticciolo chiuso da quel molo frangiflutti; o addirittura arrivavamo con l’autobus fino al capolinea all’Ògnina per poi tornare arreri, a quell’Ògnina dove alle volte c’erano i pescatori di lampara che nella matinata si vendevano le cascette di pesce e le cartate di màuru col limone, caddusu e sapuritu di mari pulitu, alghe commestibili che oggi non esistono più. E da lì partivano i suoi ricordi come oggi i miei, e se nei miei c’è u màuru che non c’è cchiù, nei suoi chi sa che c’era che non sapremo mai: scavallò la Guerra ancora picciridda, la stessa età che ci’avevo io all’epoca che dico, e con qualche sua amica che lei diceva compagna, o con Carmelina, la sua sorella di poco maggiore d’età ma un poco minore di sensi, arrivavano fino a San Giovanni Li Cuti e con tutte le sottanine si facevano il bagno lassotto, fra i primi scogli scivolosi di lippo. Pure loro un poco carusazze scavaddate e senza controllo… ma quelli erano altri tempi, e col senno di poi, della guerra che avrebbe sparigliato morti e vivi, meno male che si sono rubate quelle mattinate spensierate per potercele raccontare, a poi, dato che poi da raccontare ci’avrebbero avuto solo le privazioni e lo scanto.
Non so se fu per questi suoi ricordi che ci andava contando o per un nostro personale desiderio o naturale necessità, fatto sta che cominciammo a domandare, jù e mè soru, di andare al mare. Andarci come ci andavano tutti, per stare là coi costumi da bagno e le tovaglie grandi, spogliandoci e bagnandoci. Ma nostro pater non voleva, e questo è il mistero: diceva no e basta. Un no tranquillo e senza isare la voce, un no fermo che non acconsentiva repliche. Noi camurriavàmo alla mamma, che certo lo sapeva che suo marito non voleva, e certo sapeva pure perché, ma noi non l’abbiamo mai saputo: a quell’età volevamo andare al mare e non c’interessava domandare il perché, perché a mare no. Così, ora che affiorano certi ricordi e fioriscono questi perché non c’è più nessuno che possa rispondere: certo non lui che se n’andò non molti anni dopo, e non più nostra madre che ormai ricorda cartoline fatte a coriandoli, per la quale ieri o il meseaddietro hanno lo stesso spessore di cartavelina, e domani o chissàquando sono la medesima incognita.
Vittorio alla fine disse di sì, perché anche Rosa desiderava il mare e di notte sapeva come farsi dire sempre sì. E ci portò in una caletta appartata sulla scogliera che chissà se lui c’era mai sceso a farsi il bagno quand’era caruso, dàtosi che anche lui ci’aveva di sicuro i suoi ricordi di cui nulla sapevamo e nulla avremmo saputo mai più. Dal nulla erano spuntati anche dei costumi, dato che noi ovviamente non ce l’avevamo mai avuti i costumi, e né nostro patre ce l’avrebbe mai comprati per una sola volta, o forse due, datosi pure che col suo negozio di pelletterie in via Umberto 180 andava avanti a stento per procurarsi solo il necessario quotidiano. Probabilmente quei costumi nostra matre li aveva avuti di seconda mano da una zia, o di seconda mano presi alla fiera sulle bancarelle della roba americana.
Non mi meravigliai nel vedere che lui sapeva nuotare, fare un tuffo e con poche bracciate allontanarsi in mare aperto: a quell’età è normale sapere che un patre sa fare tutto. La mamma però non sapeva natare, che con i suoi bagnetti in sottanina non s’era mai allontanata dagli scogli e noi, io e mia sorella, che era la prima volta che ci bagnavamo i piedi nel mare, facevamo voci e gettavamo schigghie sia di gioia che di scanto per l’acqua fredda e per l’impressione che ci faceva il lippo sotto i piedi. Non so se fu proprio quella primissima volta, o pure la seconda, che io ovviamente sciddicai abboccando in avanti e spaccandomi il varvarotto, il mento, con grande scanto della mamma e del papà che incominciò a imprecare la Madonna e Sant’Áita. Ma io mi ricordo, o forse mi voglio arricordare indorando il ricordo, che pure con tutto quel sangue che mi nisceva a flotti e le voci di pianto, io mi sentivo però in mani sicure e sapevo che le cure naturali e immediate che mi stavano prestando sarebbero state efficaci: mè patri scippò subbito una manata di alghe dallo scoglio e me la premette sulla firita, cangiando continuamente il fragile impacco fino a che il sangue non si stagghiò. Ovviamente mi rimase lo scanto, il rammarico per la certezza che non saremmo più andati al mare, e la mia cicatrice sul mento, un taglio che all’ospedale sarebbe valso da tre a cinque punti.
Ero certo dell’efficacia di quelle cure naturali perché quando ci’avevo tre anni, jocando a saltare sulla rete del letto della nonna Minichedda, cascai fuori dal letto a faccia all’ingiù a infilzarmi il battesimo sullo spigolo dello zoccolo della credenza. Anche allora voci e grida, mie e loro, schigghia e urla, grandissima botta di scanto e santissimi tirati giù con bestemmie a levapelo, che c’era pure il nonno allora, gran bestemmiatore, ma la mia memoria è ancora più confusa data la troppo fresca età: mi ricordo solo che poi me n’andavo in giro paperiandomi tutto contento perché ci’avevo gli occhi cerchiati di nero, e la fronte bendata che odorava d’agrodolce, dato che la nonna, immediatamente e con grandissimo sangue freddo, mi aveva stagghiato l’emorragia e poi continuato a curare con impacchi di zucchero e aceto caldo, e quella che dall’ospedale sarebbe uscita come una “cartina da ricamo”, parole di mia matre, fu poi per me un segno di distinzione: un perfetto triangolo in fronte, un segno magico, un marchio di vita che era la stampa precisa dello spigolo, una cosa di cui parlare negli anni con divertito orgoglio, a ricordare quanto fossi stato un picciriddo vivace (mentre intanto crescevo pacchiotto) e quanto brava e capace fosse stata la nonna Minichedda a curarmi il buco in fronte senza farmi portare all’ospedale, che altrimenti oggi ci’avrei avuta arriccamata in fronte una “cartina geografica”, altre parole di mia matre. E mi sembrano appartenere alla preistoria sti ricordi e quelle cure empiriche dato che io stesso, oggi, pur con tutta quest’esperienzia personale e diretta, se mi accapitasse di avere fra le braccia un piciriddo di tre anni con un buco in fronte io per primo correrei allo spitale a sirene spiecate, a chiedere radiografie e tac e punti di sutura a tinchitè.
Ma ora torniamo al mare, dàtosi che negli anni successivi ovviamente ci tornammo, al mare, rigorosamente la domenica, e manco tutte le domeniche però, che in tutta una ‘state ci saremmo andati sì e no tre o quattro volte. Una domenica m’arricordo che, da vero in via del tutto eccezionale, venni affidato a una nipote di papà, alla zia Cetti, che benché cugina chiamavo e chiamo zia perché coetanea di mia matre di cui era divenuta ed è a tutt’oggi cara amica: dal lato paterno erano tutti più grandi assai dato che mio patre sopravanzava a mia madre di sedicianni. Non so dove fosse mia sorella quel giorno, se dislocata presso una zia materna oppure a casa con loro: altro mistero. Con la zia Cetti e la sua numerosa famiglia per la prima volta io misi piede in un Lido: questo era sulla scogliera, e vi s’affittava una cabina per l’intera stagione oppure si trasiva col biglietto giornaliero, e le cabine di legno erano montate un’appress’all’altra su grandi pedane a palafitta che per il passìo continuo rimbombavano come colpi di legno in testa. Non m’arricordo se c’era lo zio Mario, il marito della zia Cetti, o se c’era Catiuscia o Catuccia o Agatuccia, la loro figlia piccola più o meno della mia età, benché probabilmente ci fossero tutti: Enzo, il loro unico maschio già giovanotto che mi faceva un poco di paura perché s’atteggiava a fare lo spacchioso, e Lucia la figlia di mezzo. Ma io mi ricordo solo della grande, Cetti come la madre, Cettina o Cettineddi a seconda del vezzeggiativo giornalmente in uso, e soprattutto del suo zito futuro marito Natale del quale non mi dimenticherò mai la timpulata o janghata o schiaffone. Perché io ovviamente non sapevo natare ma vedendo che tutti s’abbijàvano allegramenti dalla palafitta nel mare già fondo, e che annacando le brazza stavano facilmente a galla, non seppi arresistere e m’abbijài macari jù: che sensazione di meraviglioso terrore. Pochi fotogrammi impressi nella memoria per sempre. Sopra di me, nell’acqua, le gambe di quelli che galleggiavano, in controluce, e la jamma di una fìmmina alla quale m’appigghiai per risalire, annaspando e vevendo acqua. Ovviamente quella fu la prima e l’ultima vota che andai al mare da solo coi parenti.
N’altra volta, n’altro ricordo: èramo sul tratto di scogliera proprio sotto a piazza Europa, eccezionalmente in un tratto di mare a’mmenzo a tant’altra gente. Era una della ultime volte che andavamo al mare tutti insieme: mia sorella si sarebbe azzitata e io qualche volta sarei andato al mare con loro due, gli ziti, ai Lidi piantati sulla sabbia della Playa, sabbia che a principio mi divertiva ma che a poi mi stuffò subbito dato che s’inficcava da tutt’e parti: il mio primo amore rimane ciò a cui lui ci ha iniziato, il limpido mare di scoglio. Non molto tempo appresso papà sarebbe morto e io sarei tornato al mare solo per guardarlo da lontano e dall’alto degli strapiombi della scogliera, in anni di assoluta solitudine, di grandi letture e prime scritture: è di quel periodo il mio primo racconto che riuscii a pubblicare sul settimanale “Bella” come finta “vicenda vissuta” dato che raccontava in prima persona di un ragazzo della mia età che, proprio su quella scogliera, tentava di salvare una ragazza di poco più grande da un suicidio per amore. Poi, scritto quel racconto, io che nulla sapevo dell’amore ma che tutto sapevo sui pensieri di suicidio, scesi piano piano dalla scogliera a bagnarmi di nuovo i piedi nel mare e a vent’anni, e da solo, imparai a nuotare tuffandomi nell’acqua alta e, mi concedo questo luogo comune, nella vita.
Quella volta a’mmenzo alla gente me lo ricordo rilassato e sorridente, per nulla sfastidiato dagli altri. Mia matre era sempre contenta dato che a lei ci piaceva il mare e dàtosi che ci piaceva scambiare quattro chiacchiere con le signore sugli scogli accanto. Lui come sempre si faceva la sua energica natata mentre noi èramo contenti di starcene nell’acqua vascia appojati agli scogli, e oramai sapèvamu unni mèttiri i peri per non sciddicare sul lippo o per non spinarci con qualche rizzo, e ci vagnavamo càuti come nella vasca d’abbagno dato che abbastavano due o tre scogli verso fuori per essere subito nell’acqua alta della quale continuavamo a non fidarci. Quando papà arritornò fu il turno della mamma di concedersi le sue abluzioni e nel mentre che ce ne stavamo sdillassati al sole all’improvviso visti la testa della mamma in mezzo al mare, lontana forse na vintina di metri, che ci vociàva qualcosa di cui arrivava solo l’eco mentre con una mano che a tratti alzava fuori dall’acqua sembrava salutarci: stava annegando. Lo dissi subito a papà: La mamma sta annijando! chiede aiuto! E lui si sollevò a taliare, sempre stranamente rilassato e sorridente: Ma no, disse arricambiandole il saluto con la mano, ci sta salutando! Solo dopo qualche istante comprese la gravità della cosa, quando altri che erano già in acqua accorsero in aiuto della mamma e lui si rituffò per ripescarla.
Anche questo è un mistero: una giovane fìmmina che non ha mai saputo annatare, e che non è mai stata avventata, che si arritrova quasi ad annegare nell’acqua alta. Ricordo ancora La sua faccia spaurita, i suoi capelli sempre corti ‘mpiccicati alla testa, il respiro ansimante – e allo stesso tempo una luce negli occhi per ciò che non avrebbe mai saputo spiecare ma che io sapevo, io che uno o due o tre anni prima avevo fatto un tuffo e avevo visto le jamme della gente che pedalavano nell’acqua sopra di me. Lei probabilmente, nell’entusiasmo della piacevole jornata che le aveva anche regalato un marito sorridente, e chissà che non avevevano fatto l’amore quella notte, aveva provato a fare poche bracciate incontro all’orizzonte che quel giorno le sarà parso vicinissimo, nuotando naturalmente, salvo poi arricordarsi che non sapeva natare. Ci abbiamo riso sopra per giorni: lei che chiedeva “aiuto” e lui che le ricambiava il “saluto”. E chiudo la giornata arricordando che quel giorno fu tanto speciale da arregalarmi un’altra scena divertente: una signora che nisceva dall’acqua, piegata in avanti ad aiutarsi con le mani appoggiate sugli scogli, s’era talmente piegata in avanti o ce l’aveva talmente grosse, che le minne le uscirono da sopra il reggipetto del costume intero; fu un attimo e lei non si scompose: se le guardò, e così com’era con le mani appoggiate in avanti, diede un colpo di spalle all’indietro e se le rinsaccò nel reggipetto come se non fosse mai successo niente. Erano le prime minne che vedevo dal vivo e sarà per quello che donne con le minne grosse m’ànno sempre fatto simpatia, quelle naturali però aggiungo oggi.
Oggi. Oggi sono certo che fosse mia madre a convincere con grande fatica il nostro riluttante padre a concederci le domeniche al mare che per noi erano sempre un premio ed un evento. Mi restano di lui frammentarie impressioni di un uomo chiuso, riluttante appunto, restio a concedersi come a concedere, per il quale anche il pensiero di dovere affrontare una giornata semplicemente spensierata sarà forse stato un insopportabile fardello. Un uomo che poco aveva goduto, fuggito e sfuggito alla Campagna di Russia dove si spèrsero molti suoi coetanei e conoscenti, riparato in un casolare in Piemonte, a Crescentino, ospite della vedova Mena che pare gli concesse anche il letto grande. Mischiato ai partigiani e con un suo nome di battaglia voglio oggi pensare, perché quello era il tempo e quelle erano le montagne: ma riguardo a quel periodo nostra madre non riuscì a scucirgli altro, che non volle mai parlare di patimenti e brutture: e questo silenzio ostinato è una cosa che ho notato anche in altri reduci di quella guerra, forse per gli omicidij commessi, le imboscate, gli attentati, le esecuzioni sommarie e pure la paura, le vigliaccherie, e i tradimenti chissà, le viltà umane che si mischiavano a quelle della Storia. Infine per il senso di colpa di non essere riusciti a fare quello che dovevano – o di essere riusciti a fare quello che contava davvero: sopravvivere. Non avendo dunque gesta eroiche di cui vantarsi, ma a quell’epoca era eroico anche bere l’acqua tabaccata per ammalarsi e scansare il fronte, lui, che già parlava poco, a sua moglie concesse solo l’aspetto ludico e forse pure un poco minchiataro: Mena, come una storia da “Grand Hôtel”, un poco per distrarla e n’altro po’ per ingelosirla. Ci concederà solo il miracolo di un tedesco che gli puntò la rivoltella in fronte, e che poi per lunghissimi istanti si guardarono negli occhi, occhi negli occhi, due vite che si intuiscono e riversano l’una nell’altra, e poi il tedesco che se ne va lasciandolo lì, rimminchionito ma vivo. Una vita per una vita, chissà. E quando da bambini ci raccontava questa storia, di occhi negli occhi, io lo guardavo negli occhi, nei suoi occhi per capire il mistero degli occhi, di come sanno parlare gli occhi, per cercare d’intuire cosa ci fosse e cosa si fossero detti con gli occhi – e l’elemento pistola non m’ha mai incuriosito e una volta che per “i Morti” (ero ancora molto piccolo e questo me l’andava ricordando mia madre) me ne fecero trovare una per giocattolo subito l’allontanai da me piangendo terrorizzato, e in seguito non ho mai giocato con le pistole, mai giocato al cowboy o al poliziotto e sono convinto che anche se troppo piccolo ero un’anima che già “sapeva”, questo però è un altro discorso da scrivere da un’altra parte. Ma quella scena della pistola puntata in fronte, senza sapere perché, cos’era successo prima, cosa c’era intorno, è solo una figurina fuori da un album che per ricomporre bisogna ascoltare altre storie, leggere libri, vedere film, e sempre rimarrà uno sfondo indistinto in cui non sapremo mai come e dove collocare nostro padre. Me li ricordo bene i suoi occhi, perché sono i miei. Resta il chiaroscuro di un uomo che successivamente, quando lui non c’era più, mentre crescevo e volevo crescere cinico per fingere d’essere forte, ho sempre pensato come un uomo debole. Per avere un punto di “non riferimento” da cui spingermi lontano per fare, per fare cose, per fare le mie cose. Oggi che invecchio anch’io, e senz’aver fatto niente, neanche dei figli, se distolgo gli occhi dallo specchio vedo che i miei piedi, invecchiando, somigliano sempre più ai suoi, anche se ho camminato altrove: non posso non concedermi una speranza, dunque – concedendogli un dubbio: non era un uomo debole ma solo indebolito.
Era ostinato, testardo come un mulo che nostra madre sapeva però ammansare con le sue arti fimmìnee e sicrete. Un Toro, di segno zodiacale. Pragmatico e di mano corta dicono l’oroscopi, ma a lui la mano corta gliela faceva la vita giornaliera. Orgoglioso e fiero. E talmente, che per il suo orgoglio di combattente aveva pure rifiutato le quattro lire di pensione d’invalidità che lo Stato gli aveva concesso – riconoscendolo dunque come quel combattente quale lui non s’è mai dichiarato – per la leggera sordània che gli avevano lasciato i fischi delle bombe e gli scoppi della guerra. Quattro lire che col tempo sarebbe addiventate otto e poi dodici e via discorrendo, ragionava nostra matre in seguito, nei suoi difficili anni di vitovanza con la miserrima pensione di reversibilità. Ma lui, nella sua vita dura e – ne sono certo – infilice, non poteva accollarsi pure il peso preventivo di quello che sarebbe venuto dopo, dato che finché siamo vivi siamo sempre spiranzosi che qualcosa accadrà, che finché c’è vita c’è spiranza, e la spiranza è l’ultima a morire, e difatti ci sotterra a tutti con la schedina in mano. Del “totocalcio” allora, del “winforlife” auoggi. L’anni Sissanta fônnu finalmenti tempu di paci e di bùmma economica che scoppiava nelle case senza fari munzeddi di morti ma sulu munzeddi di cambiali: in Italia si vendettero una marea di lavatrici, ma per lui, mischino, la guerra aveva solo cambiato faccia e prospettiva e sò mugghieri continuava a lavari i linzola ancora a mano, dàtosi che il negozio che nonno Sanguedolce gli aveva lasciato era un’impresa in perdita, e lui era sempr’in pinzeri per le tratte in scadenza e per i pìccioli sempre scarsissimi: così dovev’aver’imparato a non godere a gràtisi, con l’idea che tutto aveva un costo in termin’economici, anche una domenica al mare, i custumi di secunna manu, i mafaldini c’a muttadella, i soddi p’i biglietti dill’autobbussu, dàtosi che lui non ha mai guidato né mai avrebbe potuto pirmettersi una màchina e una volta che ne aveva vinta una, apprima che io nascissi, una “600” come primo premio per una bella esposizione in vetrina, l’aveva subbito vinnuta per pavare i debbiti perenni c’ancora sò opà, vecchiu rèticu, jeva facennu peri peri. Oggi posso affermare che mio padre non ha mai vissuto senz’avere un solo debito se non, forse, quando si stirava spensierato nel letto di Mena che forse assomigliava a Eleonora Rossi Drago dentro a un fotoromanzo di “Grand Hôtel”, quand’era scappato dalla casa paterna e dalla guerra mussoliniana, che in fondo per lui dovevano essere state la stessa cosa con la stessa impronta, anche se il nonno era sempre stato un antifascista convinto e n’aveva pagato le conseguenze perdendo il posto di vàrdia municipale.
Sia come sia, non s’è mai saputo perché nostro patre fosse così restio a portarci al mare e avesse aspettato che arrivassimo a sette o dieci anni, ùnnici e chìnnici, e la spiecazione del portafoglio sempre lèggio da sola non basta. Come non abbasta il suo temperamento melanconico. E la spiecazione principale sta forse in un aspetto del suo caràttole che non è mai venuto fuori in modo eclatante e che perciò è parso secondario: era giloso. Solo che quando si parra di gilosia si pensa subito a Otello e a scenate tragediatrici e si parra del tizio c’ammazzò alla moglie e che appoi si buttò dalla punta ‘o molu, e non si considera la gilosia per ciò che nella vita di tutti i giorni naturalmente è: un male sottile, un vileno dibilitante. Tanto più debilitante per quanto più impegno ci si mette per tenerselo sotto controllo agghiuttènnu vuccuni amari: mio patre forse era giloso di mia matre, di mostrarla in costume ad occhi scanosciuti, e forsi era giloso macari della figlia non chiù picciridda ma non ancora na vera signurinedda.
E poi: era giloso dei parenti che, puro con le metesime diffoôrtà finanziarie, sapevano viversi la vita più spensieratamente e spendevano e spandevano, un poco spacca e lassa, per una cabina al lido e si portavano dietro pure un nipotino perché dove mangiano sette mangiano pure otto o anche dieci. Era giloso dei suoi cucini che con lo stesso cognome gli facevano una concorrenza commerciale spietata da vera faida famigliare che ci’aveva origini antiche, ed era giloso della sòggira, la nonna Pippina o Pippinedda o Giuseppina dipende con chi si parla, che benché primaturamenti vìtova aveva saputo crìsciri e tirari fora d’a verra setti figghi, mentre i suoi, Ètturi e Minichedda, s’erano vissuti la guerra come una fine del mondo e s’erano allianati mangiandosi botteghe e appartamenti. Per ciò ora pativa, mischino, che a cinquantanni doveva stentare per portare il pane in tavola perché la vita gli aveva smazzato queste carte: ma alla vita non c’è rimedio, e come dicono i miricani nei films “non c’è un piano B”. E se anche lui n’avess’avuto uno sicreto – ora chi lo sa. Probabilmente non era manco un bravo commerciante dàtosi che non ci’aveva il pelo sullo stomaco, anche se però era un gran lavoratore e nel retrobottega riparava con abilità borse e ombrelli e aveva le mani grandi sempre nere di mastice. Chi lo sa, auora? forse era quella la sua dimensione, il retrobottega, senza doversi spendere in chiacchiere e rompere la minchia con la gente, lì a martellare e dare punti, travagghiando di punteruolo e filo cerato, di trincetto e colla Artiglio sui pellami comprati in via Grotte Bianche dal signor Paladino, travagghiando nella polvere e nello scuro con precisione e pacienza, con sua moglie a’ttagghio che di tanto in tanto lo aiutava a cucire gli ombrelli. Abile risolutore di enigmistica e parole incrociate non si sapeva districare nella vita e oggi mi piacerebbe sapere quali fossero i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo piano B: per trovare nel suo – una speranza del mio.
E restando a guardare il mare coi suoi occhi: era più còmoto portarselo dentro casa perché, cusendo e riparando umbrella parapioggia, maritu e mugghieri si specializzarono pure nel riparare ombrelloni da spiaggia che quando arrivavano ci riempivano la stanza e per me, che sono sempre stato jocaloro, era na festa. E alla fine mè mater, recuperando uno scheletro, ne cusì uno grandioso tutto di sana pianta, tagliando grandi spicchi di tela gialla come spicchi d’arance vaniglia e cusèndoli tutt’ansèmula sull’ossatura, inventandosi una tenda che s’attaccava a ogni punta tutt’intorno, a chiudersi in tondo come nostra cabina personale. Ma intanto lui era già morto e noi, crescendo, l’avremmo usato poco: troppo ingombrante da portarsi appresso. Ingombrante come i ricordi che, pure, non abbiamo.
Eh ca purtroppu.
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