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Il bello delle bugie è che hanno le gambe cortissime e le diciamo perché poi non vediamo l’ora di svelarle e di sbugiardarci da noi stessi pur di apparire estremamente spiritosi prima ancora che noiose persone attendibili.
Io per primo avevo dichiarato a destra e a manca che non mi sarei mai perso la grande manifestazione di Roma per la libertà di stampa… salvo poi ricevere un’inattesa telefonata per passare l’intero pomeriggio a fare sesso: manifestazione addio.
Quella sera la mia amica Costanza doveva festeggiare il compleanno e pur di non mancare, anche lei, alla manifestazione, né per costringere a un tour de force i suoi invitati che avrebbero altrettanto manifestato, ha sostituito la cena del compleanno con un pranzo domenicale, all’indomani. Io arrivai fra i primi e mentre in cucina ancora preparava mi svelò che, presa dalle pulizie e dai preparativi, era rimasta a casa e non era andata alla manifestazione: ma lo diceva solo a me, per carità. Anch’io avrei potuto svelarle la mia verità, sincerità per sincerità, ma io sono un po’ più infame.
Eravamo quanti? una trentina? la festa in terrazza fu un successo: giornata splendida, numerose portate deliziose e ottimo vino a volontà. E si sa, dopo il secondo bicchiere, quanto possono essere affettuosi gli amici: “Ma hai visto quanta roba ha cucinato? – mi fa Nicole che non sapeva fare neanche un uovo sodo – Secondo me ieri è stata tutto il giorno a spignattare, altro che manifestazione!” Io non ho confermato, non sono così infame. “Del resto io c’ero – concluse Nicole – e non l’ho mica vista!” “Tu c’eri? – s’agganciò Flaminia – e dov’eri? c’ero anch’io!” “Eravamo una marea – fece allora Lorenza, che era del gruppetto delle amiche intime – gente a perdita d’occhio… – disse allargando il discorso a tutti – a meno di darsi un appuntamento preciso era assolutamente improbabile incontrarsi lì casualmente.” E di seguito tutti a dire la propria: io c’ero. Salvo precisare di non essere riusciti a incontrare nessuno, neanche quelli con cui ci si era dati appuntamento.
Costanza mi sorrideva soddisfatta: il suo pranzo di compleanno era riuscitissimo, la sua cucina apprezzatissima… ma dei suoi amici così culturalmente impegnati e presenzialisti, che dire? Mi fece l’occhiolino e la seguii in cucina con la scusa di aiutarla col caffè.
“Quella stronza di Nicole – mi fa – ci stava andando davvero ma poi s’è infilata in un negozio di scarpe e l’hanno dovuta cacciare alla chiusura, alle otto!” “E tu come lo sai?” mi stupii. “Ma me l’ha detto lei stessa, che era troppo orgogliosa delle scarpe nuove che sta sfoggiando: vuoi mettere un paio di scarpe con una manifestazione? Io perlomeno mi sono fatta il mazzo per farli mangiare oggi! Flaminia invece l’ho incontrata ieri mattina al supermercato che sembrava una zombi: aveva più ricrescita di capelli bianchi che sangue nelle vene. L’hai vista com’è splendida oggi? è chiaro che ieri ha passato tutto il pomeriggio dal parrucchiere!” “E fuori due” fu il mio commento. “E Pietro?” riprende. “A proposito – la interrompo – chi è quel ragazzino che s’è portato dietro?” “L’ultimo fidanzato, ma lui lo chiama allievo di recitazione. Gli è arrivato ieri pomeriggio caldo caldo dal paesello, come ogni fine settimana: ti pare che venivano alla manifestazione?”
Siamo tornati in terrazzo, io reggendo il vassoio con una ventina di tazzine e lei portando la caffettierona da diciotto: ancora parlavano della manifestazione, della necessita di esserci, dell’imperativo morale, della necessità culturale, del momento di grande condivisione eccetera eccetera, e io e Costanza cominciammo ad osservarli col distacco inquisitorio di due detective: quello sarà rimasto a chattare come sempre, quell’altro fa l’intellettuale ma poi non gliene frega niente; quella ha il marito rompiballe e tre figli venuti peggio che figurati se la lasciavano andare; quelli si sono appena sposati e stanno ancora col cervello in luna di miele mentre quell’altra sfoggia una borsetta nuova che sembra fare il paio con le scarpe di Nicole…
Ma il bello è che, dopo il tramonto, dopo parecchi caffè e ammazzacaffè, nella penombra e nell’umidità che cominciava ad addensarsi nel tepore ottobrino, restringendo il cerchio delle sedie intanto che avvenivano le prime uscite di scena, stretti stretti nella condivisione dei fumi delle sigarette, degli spinelli e delle grappe, scivolammo verso l’inevitabile momento delle confidenze rilassate.
Cominciò Pietro, stavolta rivelando a tutti la sua omosessualità: “Ma-ddài!” fu il nostro commento, in coro. Perché lui ora era davvero innamorato di questo burinozzo dei Castelli al quale aveva, giustamente, dedicato l’intero pomeriggio: altro che manifestazione. Ad una ad una seguirono e caddero tutte le altre menzogne: pigrizia, stanchezza, orrore per la massa informe, disinteresse, impegni improvvisi, appuntamenti al cinema… Nessuno era andato alla manifestazione per la libertà di stampa ma tutti avevano sentito il bisogno di mentire per non sentirsi fuori da un coro in cui sentivano di esserci da sempre, per idealismo culturale o identità politica o senso della libertà. Ma si sa che l’umanità percorre altre vie…
Solo pochi parvero sinceri nel continuare a sostenere che invece c’erano andati, davvero. Ed era plausibile che almeno pochi fossero stati sinceri. E fra questi Lorenza, la bellissima Lorenza che aveva voluto trascorrere quel pomeriggio a fare sesso con me. Per questo anch’io continuai a mentire sostenendo che, davvero, anch’io c’ero! come a farle da sponda con una menzogna che copriva altre menzogne.
E quando a sera inoltrata tutti ci salutammo, alticci soddisfatti e partecipativi, ora davvero sì, nessuno si sentiva in colpa per niente o defraudato di nulla: la nostra partecipazione alla manifestazione restava un punto fermo, anche se filtrata attraverso i personali distinguo, perché esserci spiritualmente ci sembrava, a quell’ora della sera, un po’ come esserci stati davvero, fisicamente, lì nel cuore della folla. Mentre nel proprio cuore si ha, davvero, sempre qualcos’altro.
Così, adesso, facendoti credere, a te che leggi, che scrivendola sto svelando la mia estrema verità, in verità io continuo a mentire: Il marito che venne a prendere Lorenza in realtà non era un marito, come Lorenza non si chiamava davvero così; e neanche Costanza si chiama davvero Costanza e la festa di compleanno non era la sua festa ma un’altra, su un altro terrazzo, in un’altra città; così come quella grande manifestazione non era quella che ho detto ma un altro grande evento di tanti anni fa: perché passano gli anni e io sono sempre io, mentitore incallito, e ogni avvenimento è uguale a qualsiasi altro a fare da sfondo a questa debolezza che però non è solo mia: dire sempre “Io c’ero!” mentre il cuore è sempre altrove.