
La ragazzina, undici o dodici anni, era seduta sul bordo di una delle vasche, coi piedi ammollo nell’acqua calda e lattiginosa di fonte sulfurea in aperta campagna: il Bullicame, a Viterbo. Le sue amiche, o cugine o sorelle, sue coetanee, stessa faccia bruna, che si divertivano nel bagno, la invitavano a entrare nell’acqua; ma lei, cicciottella e imbronciata (che il broncio risulta meglio sulle facce cicciottelle) diceva che no, mamma non vuole. Era evidente che non poteva per via del fastidio mestruale, questo fastidio nuovo che nella vita le avrebbe arrecato ben altri e più seri fastidi: già nascere femmina fa la differenza, e tanto di più nascere femmine in certe famiglie, o culture, o paesi. Già quello è argomento di disputa (e di dispute associabili al razzismo) fra maschi e femmine.
Io ho la fortuna di essere nato “io”, anche se io, anch’io, ho subito, come anche espresso, sentimenti razzisti di varia natura: che riguardano il luogo di nascita, il dialetto che parli, la religione che pratichi oppure no, la politica che esprimi nei fatti o quella organizzata in cui ti riconosci, il sesso con cui sei nato e quello che pratichi, il modo in cui ti vesti, ti esprimi, stai al mondo: tutto può essere oggetto di sana critica, ma anche di razzismo; dipende da dove sei, con chi sei, dove vai, cosa dici, come lo dici.
Io sono razzista non per cultura (o non-cultura) ma per naturale istinto. Ci sono persone, e gruppi di persone, e tipi di persone, come anche popoli, che mi sono immediatamente poco congeniali. E al cui contatto potrei diventare ostile. Non ci sono giudizi critici culturali, o razziali, in questo mio sentire: è solo istinto. Senso della diversità, e dell’incompatibilità di questa nostra diversità. Che il più delle volte metto a tacere perché, allo stesso modo, sono anche una persona aperta, che ama lo scambio, il dialogo, le commistioni, le contaminazioni. Così, sto al mondo, nel mio piccolo mondo, con la finestra aperta ma la porta chiusa.
Ieri, dunque, che era Pasqua, ho fatto un bel picnic sull’erba fra i mostri di Bomarzo con mio nipote, sua moglie e il loro bambino. E, dato che eravamo nel viterbese, ho voluto portarli, nel pomeriggio, a fare un bagno caldo al Bullicame, che loro non conoscevano: il Bullicame, ho spiegato, sono varie vasche all’aperto, con libero accesso, in cui scorre calda acqua sulfurea che più avanti viene convogliata in una struttura termale alberghiera. D’inverno è molto divertente per lo scarto termico fra acqua e aria, d’estate è impossibile da frequentare, e di notte può anche essere molto intrigante per le coppiette o per singoli in cerca di avventure…
Ieri, perciò, dopo esserci infilati i costumi in macchina sotto gli accappatoi, siamo andati a immergerci nelle vasche, che tranne un paio di coppiette e un gruppo di turisti spagnoli in avvicinamento, erano completamente affollate da un unico numeroso e allegro gruppo di zingari. Seduto su una seggiolina di tela c’era il nonno, o il patriarca, che soffiava in un sassofono, e pingui donne, un paio delle quali con una sciarpa a turbante in testa, che canticchiavano le melodie, classiche napoletane del novecento. Nell’angolo in fondo i giovani maschi in gruppo, i puledri selvaggi del branco che esibivano tatuaggi antichi: croci, volti di donna, teste di cavallo, di lupo o aquile; tatuaggi che raccontavano una vera cultura di una vera tribù, al contrario dell’incultura modaiola che fa tatuare incomprensibili e improbabili disegni tribali ai nostri ragazzi borghesi e tamarri di periferia.
Sembrava quasi una scena da un film di Kusturica. Nell’acqua e tutt’intorno c’erano tutte le fasce d’età di almeno tre generazioni di quella grande famiglia che doveva essere Sinti, dato che tutti parlavano un italiano perfetto e senza accenti, scolarizzato fra i più giovani, e misto a una lingua sconosciuta fra i più vecchi.
Giuro che non ho pensato: oddio gli zingari. Anche se gli zingari sono fra quelli che mi sono meno congeniali. Né ho avuto incertezze a scendere nell’acqua fra loro, pensando che sono sporchi e puzzano. Perché non puzzavano e perché so che loro pensano la stessa cosa di noi. Ma dopo un po’ ho avvertito un fortissimo senso di disagio che sul momento ho tenuto tutto per me: avevamo tutti gli occhi addosso. Eravamo noi gli stranieri.
Devo confessare che mi piace sempre guardarmi intorno. Cogliere sguardi, carpire frasi e sentimenti, fotografare gesti. Io sono uno di quelli che, spettatore a teatro, spesso distolgo l’attenzione dal centro della scena per guardare ai margini, dove comparse e generici stanno a mezz’ombra o sullo sfondo, trovando equamente grandi cialtroni e grandi interpreti fra gli attori coi ruoli minori. Il grande protagonista, per me, spesso è più banale di un giovane interprete con un piccolo ruolo. E altrettanto, quando sono io al centro della scena o dell’attenzione, velocemente soddisfatto il mio narcisismo, preferisco guardarmi intorno, a mettere al centro della mia scena mentale chi siede sui bordi della vasca o chi sta in fondo, appannato dai vapori trafitti dal tramonto.
Lo sguardo di tutti loro, imbarazzante e persistente, di traverso ma anche diretto, non era per me (ovviamente) ma neanche per il mio bel nipote moro e aitante e nemmeno per la sua bella moglie bionda e con gli occhi azzurri; e non era per loro come coppia, bella coppia bene assortita: tutti fissavano, solo, soltanto, solamente: il bambino, il bel bambino nudo di due anni che ci passavano fra le braccia nell’acqua, il bel bambino, bello come tutti i mezzosangue nato dall’incontro di due tipi diversi: il moro siciliano e la bionda tedesca. Lo guardavano persistentemente con ammirazione e avidità, invidia e venerazione, come se fosse stato un piccolo dio, ma anche un piccolo dio da abbattere, o un dio da smembrare e mangiare per partecipare della sua deità, della sua bellezza, della sua innocente assoluta giovinezza.
Lì ho avvertito, sentito nello stomaco, che non è una leggenda metropolitana la voce secondo cui gli zingari rapiscono i bambini. E ora so perché. Non è per mandarli a mendicare o a rubare, non è per violentarli – che queste cose, se accadono, sono danni collaterali – il principio, invece, è quello della tipologia, della malintesa razza, del colore della pelle, della bellezza dei lineamenti, della perfezione delle membra o, se preferite, della diversità da sé.
Loro sono attratti dai nostri bambini perché vogliono il nostro sangue nel loro, perché sono consapevoli che l’esogamia, accoppiarsi all’esterno del gruppo, è necessario per rafforzare il gruppo stesso; e poiché, per cultura ma anche per istinto, nessuno di noi sposerebbe o farebbe un figlio con uno di loro (tranne poche eccezioni a conferma del fatto) ecco che l’occasionale rapimento dei bambini diventa un mezzo quasi necessario: lo si pratica in molte culture e anche in molte culture del nostro passato lo si è praticato.
Sono ragionevolmente certo che quei Sinti (ammesso che di gente Sinti si trattasse davvero) non avevano in mente di rapire il nostro bambino: nei loro occhi c’era solo un istinto, un giudizio ancestrale, un naturale sguardo d’ammirazione fortemente rapace. Lo stesso istinto che fa stringere la borsetta alla signora che incrocia una zingara, lo stesso istinto che ci mette in allarme quando oggi vediamo un arabo salire in aereo insieme a noi; un istinto che prescinde, appunto, la razionalità, non indotto dalla società – ma dalla società perfezionato, un istinto naturale che la società ha confezionato in dosi collettive, un istinto naturale che la sottocultura della politica, ma soprattutto la mancanza di cultura e conoscenza, convoglia verso l’odio razziale.
Cos’è, se non assoluta mancanza di conoscenza e di cognizione sociale e storica, l’odio che i sedicenti neonazisti hanno per gli ebrei – dato che, per istinto, non saprebbero né potrebbero riconoscere un ebreo da chiunque altro? è dottrina, falsa dottrina, indottrinamento, slogan che imparano come jingle televisivi, “Juden Raus” come “Più lo mandi giù e più ti tira su”: il vuoto in assoluto. Già riconoscere un gay o un romeno da picchiare o uno zingaro o un cingalese contro cui inveire è più facile: anche questo parte dall’istinto personale, dalla compatibilità individuale, e ognuno si prende il carico di responsabilità del proprio sentire, del proprio agire… ma è infame quando questo giudizio diventa morale e sociale. Quando diventa un’azione pubblica, collettiva, organizzata.
Il mio giudizio sulla gente con cui ho fatto il bagno al Bullicame è assolutamente personale e me ne prendo ogni responsabilità, ogni opinione o contraddittorio che possa suscitare – perché non mi nascondo dietro un’idea collettiva, non mia. Ho tenerezza per la bambina col mestruo che non poteva fare il bagno, simpatia per i giovani puledri coi tatuaggi antichi, rispetto per il vecchio patriarca che suonava (malissimo) il sassofono. Curiosità per le chiacchiere che le donne col turbante facevano nella loro lingua sconosciuta, tanto quanto sconosciuta mi è la lingua con cui mio nipote parla a sua moglie e sua moglie al loro figlio. Che è bello perché è un mezzosangue, e che sarebbe stato altrettanto bello se la sua mamma fosse stata anche più scura di mio nipote, o comunque nata in una qualsiasi terra lontana, portatrice di altri segni e di altri sogni. Il mio giudizio parte dal mio cuore, che come tutti i cuori ha delle belle fantasie, ma ha anche i suoi pensieri oscuri.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati
13 aprile 2009
bellissimo
Commento di ilaria — 21 marzo 2010 @ 18.50