
Questo l’incipit pubblicato sul sito di Rinascita:
Il tacchino sfrigola nel forno circondato da decisamente troppe patate. Dalla finestra attraverso le foglie di origano si vede mezza luna. Strano mistero di fronte. E’ scomparsa la signora che ci abitava…
Questo il racconto sviluppato:
Vedo uscire gli ultimi agenti della scientifica che s’erano attardati per rilevare le impronte e cose così, e poi gli ultimi due si fermano a sigillare la porta con del nastro da imballaggio su cui appongono le loro firme. Attraversano il vialetto che taglia in due il curatissimo giardinetto e si chiudono dietro anche il cancelletto.
Istintivamente m’allontano dalla finestra: non voglio fare la figura della vicina impicciona. Oggi sono anche venuti a farmi delle domande, ma io che potevo dire? “Una cara signora, tutta casa e chiesa, ma buongiorno e buonasera e nient’altro, che stava sempre sulle sue… ma io pure, sa? Sono una persona riservata, e questa è una strada privata molto per bene. Ma siamo tutti anziani… e con la brutta gente che gira!”.
“Ma non ci hai messo troppa cipolla?” mi fa Teresa, alle mie spalle, che ha sempre da ridire su tutto. “Ma no, anzi – ribadisco per l’ennesima volta – mi sa che ci ho messo troppe patate invece!” “Sarà – continua lei, continuando a smazzare le carte nel suo solito solitario – ma io sento solo odore di cipolla e nient’altro!”.
Anch’io sento odore di cipolla quando mi siedo vicino a lei, ma sono una persona caritatevole e mi sto zitta: siamo vecchie, e più invecchiamo più puzziamo: l’alito soprattutto, e poi la pelle… Già invecchiare non è bello, ma puzzare, poi!… Lo vedo coi miei nipotini che sfuggono i miei abbracci: “La nonna puzza!” li ho sentiti dire, bocca dell’innocenza… E io, lì a succhiare mentine e a lavarmi i denti e a sciacquarmi le ascelle e a profumarmi quattro volte al giorno: è tutto inutile, il decadimento parte dall’interno delle nostre stesse cellule, che cominciano a puzzare già nell’atomo e s’allontanano schifate l’una dall’altra, allentando la struttura della nostra intima materia, e così la nostra carne cede, e si rilascia, pendula, sul collo, agli avambracci, i seni, la pancia… Un lento disfacimento che puzza di rancido come una discarica di carne a cielo aperto, su cui bisognerebbe avere l’accortezza, e la pietà, di mettere un coperchio, un riparo, una fine.
“Tanto se c’è troppa cipolla non lo mangio!” continua Teresa che continua a smazzare le carte.
Taccio. Tiro fuori il tacchino per dargli una rigirata: sfrigola dorato, è quasi pronto, e decisamente ci sono troppe patate. Ma la cipolla no, è giusto di cipolla. E’ che siamo così noi vecchie: ci fissiamo su una cosa e nulla ce la toglie dalla mente, mentre da altri angoli del cervello ci si sfilano via interi ricordi, porzioni di vita, nomi, emozioni… Teresa ormai è così: passa le giornate a fare i solitari col televisore acceso in sottofondo e nella vecchiaia sembra diventata impermeabile a tutto: non ha più emozioni vere né dolori, il suo unico dolore vero è per l’artrosi all’anca … Il resto? i dolori della vita? Completamente atrofizzati: il marito morto, una figlia morta, un nipote in galera, lo sfratto esecutivo, la pensione minima e la prospettiva di finire presto in un pensionato… Accoglie ogni cosa con questa sopravvenuta leggerezza fatta di cellule morte nel cervello: quel che sarà sarà, domani è un altro giorno… Vallo a sapere che Rossella O’Hara soffriva solo d’Alzheimer. Una leggerezza che però le invidio, perché io mi ricordo ancora tutto, e soffro ancora per tutto, per i dolori passati che non passano e per la paura del futuro che non passa mai, perché il futuro, oscuro, è sempre là, sempre dietro il prossimo angolo.
Alla fine ho pena di lei e decido di venirle incontro: “Sai cos’è quest’odore che ti sembra cipolla? dev’essere lo zenzero, eh già, che ce ne ho messo un bel po’…” “Lo zenzero? e cos’è sto zenzero?”. Chiudo il gas, il tacchino è pronto. “Dài, Teresina – le faccio – sparecchia il solitario che apparecchiamo per cena!” “Ancora un po’, aspetta, sto per finire… e questo mi riesce davvero!”.
E’ una guerra, la guerra di ogni giorno che non finisce mai, e per la quale bisogna sempre essere pronti a combattere, pronti a sopravvivere, pronti, approfittandosi di tutte le debolezze altrui, di quel che passa il convento, di quel che si trova per via. Bisogna sempre darsi da fare, per essere utili agli altri, e per cercare l’utile negli altri, che si sopravvive solo se si dà un senso a se stessi e alle cose.
E’ stato durante la guerra che mamma m’ha insegnato a fare il sapone. Prima coi cani e i gatti morti per via, poi coi corpi dei cristiani, tedeschi o italiani che importava, se dalla loro morte potevamo trarne sostentamento per la nostra sopravvivenza. Un po’ di carne, al forno, con qualche patata, se c’era, una cipolla… Il resto, il grasso, per fare il sapone. E il resto ancora, sepolto nel bosco dietro casa. Sepolto nel giardino sul retro di questa casa in questa bella strada privata.
La signora di fronte era così sola. E così ostinatamente gretta e ingenerosa. Così le ho dato quest’ultima chance di donarsi agli altri… Mica lo vendo, il sapone! lo do via, così, in omaggio ai poveri della comunità, in regalo alla parrocchia.
Impiatto a Teresa una bella porzione della signora di fronte travestita da tacchino con troppe patate: “Com’è?” le chiedo. “Uhm…” mi fa, mangiando.
Uhm, nient’altro. Non sente neanche il sapore. Non vede neanche quello che mangia. Niente, mangia e basta. Sente solo l’odore delle cipolla che è il suo stesso odore.
Me ne dovrò ricordare la prossima volta, quando toccherà a lei: la cuocerò nel latte, per addolcirla un po’.
Il racconto è stato vincitore del concorso nel 2009,
ed è stato pubblicato nella raccolta antologica
edito da Rinascita Edizioni

vabbè…sei un artista e ironico e pungente!! bravo gioia!!!! bravo davvero..
Commento di nellina laganà — 13 aprile 2011 @ 18.50
Agghiacciante!
Una prosa volutamente scarna e immediata.
Da qualche tempo,per i miei motivi,ti avevo perso di vista ma ribadisco quello che ti ho sempre detto anche di presenza:
Il tuo periodare è molto originale,sei Bravo!
Un abbraccio.
Commento di Juzzo Torrisi — 13 aprile 2011 @ 18.50