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Il mio ufficio è un loculo, un loculo separato da altri loculi da paretine ad altezza d’uomo. Non mi dà fastidio lavorarci, è sufficiente per quello che devo fare e non consente molte distrazioni. Ci passo otto ore al giorno per cinque giorni a settimana e, anche se separato da tutti sono sempre connesso con chiunque, e non parlo di internet o di intranet, ma di voci, suoni, rumori, umori… Trenta persone che non si sono scelte sono costrette a convivere in questo grande spazio comune: c’è intimità coatta e quasi mai amicizia. Tutti sanno tutto di tutti ma nessuno è amico di nessuno. Se hai l’herpes o le emorroidi o la depressione o sei fuori col mutuo o in rotta sentimentale tutti hanno una cura ma nessuno ha una vera parola di solidarietà. In questo contesto è facile che nascano violente inimicizie come anche turbolente relazioni intime.
Capito questo, mi sono subito attrezzato per esserci professionalmente ma non individualmente: nel mio loculo regna il massimo ordine, e perché ci sia ordine è bandito il superfluo: niente foto o cartoline, biglietti o pupazzetti, o altri simulacri della vita reale che c’è fuori di lì: tasselli su cui speculare o spettegolare o anche solo cominciare una conversazione che non sia esclusivamente di lavoro. Inoltre non faccio battute, non rido alle battute, non commento, non mi schiero. Per questo, sulle prime sono stato guardato con sospetto, poi devono aver compreso la mia vera indole e oggi mi guardano con rispetto, pochi, o mi ignorano, la maggioranza, ma va bene così: è il prezzo da pagare per mantenersi in questo affollato precario equilibrio. E poi è solo lavoro.
Ciò non toglie che io sia una persona gentile e cooperativa. Ovvero mi capita di coprire qualche ritardo di qualcuno, o qualche svista professionale di qualcun altro, come anche di offrire casualmente un caffè, o addirittura di portare un panino dalla mensa a chi non ha potuto fare pausa per concludere un contratto: nulla di eclatante, normali cortesie fra colleghi.
Ma improvvisamente, improvvisamente ho capito che ogni minuscolo fatto, ogni minuscolo fatto, ogni più insignificante gesto, il più insignificante, per quanto controllato, e commisurato, ogni minuscolo fatto non è mai solo quel fatto come lo si intende, come io lo intendo, e lascia spazio anche ad altre interpretazioni, altre interpretazioni, altre altre altre, che all’improvviso ti spiazzano, mi spiazzano, parandotisi, parandomisi, davanti e cercando, in ogni modo, di sconfinare nella tua vita intima. Nella mia vita intima. E ci sarebbe da diventar matti, se non fosse che io sono un individuo perfettamente equilibrato.
Ora, Clementina è un’ottima collega con due grandi cose: le tette e gli occhiali – ma questa è una mia nota personale che non ho mai fatto trapelare sul lavoro: cerco di non guardarle mai le tette, e non la guardo negli occhi perché vederglieli così grandi dietro le lenti così spesse mi fa girare la testa. Mi danno anche fastidio i commenti volgarotti degli altri su queste grandi tette ma ho sempre fatto finta di non sentire per amor di pace e di equilibrio personale.
Ora, a Clementina, qualche volta mi è pure capitato di offrire un caffè, perché era alla cassa accanto a me e mi sembra cortese, occasionalmente, non far pagare il caffè a una signora. Oppure ho accettato da lei un chewing-gum anche se non amo il chewing-gum, o permesso che ricambiasse il caffè offertole tempo prima con un decaffeinato, che io prendo solo il decaffeinato, che pure costa 30 centesimi in più del normale espresso.
Però non credevo che ci potesse essere un altro modo di interpretare queste piccole cose… Ho capito che invece c’era, quando una mattina Clementina è venuta nel mio loculo a chiedermi cosa me ne pareva: era senza occhiali, e questo ingigantiva le sue tette. “Mi sono operata!” annunciò con un sorriso trionfante. Immediatamente pensai che s’era fatta ulteriormente gonfiare le tette che incombevano su di me seduto sotto di loro. Solo un istante dopo compresi che col laser s’era fatta guarire dalla grave miopia. “Sabato festeggio – continuò – vieni, vero?”
Il mio primo istinto fu quello di dire No! perché ero stato preso in contropiede, e questo non mi garba, ci potrei diventare matto per una cosa come questa, davvero, ma siccome sono una persona cortese mi limitai a farfugliare qualcosa riguardo a qualcos’altro che avevo da fare… anche se so che farfugliare dà una cattiva impressione… Insomma non volevo essere più preciso riguardo alle mie cose da fare: tipo che dovevo finire di studiare un’aria al violino, per non dire che dovevo occuparmi di mamma… Certo, sarei certo potuto esprimermi con più chiarezza e determinazione, pur senza parlare delle mie cose, ma ormai era fatta. Era fatta.
“Mi sei sempre piaciuto perché sei così stramaledettissimamente riservato! – mi bisbigliò in un orecchio col suo fiato troppo caldo e troppo dolce di gomma alla fragola. – Ti mando l’indirizzo via mail, è un localino carino, ti piacerà!” e corse al suo loculo da cui s’era già assentata per troppi minuti.
La mail arrivò immediata: era uno di quei wine-bar del centro che campano di happy hours e di fighetti palestrati e depilati. Non potevo dire di no: che figura ci avrei fatto davanti a tutti? Allora inoltrai la mail a Chiara: Tu ci vai? che mi rispose subito: Io non so niente……… :-O non credo di essere invitata……………. : -/ ma tu da quando sei amico di quella?
Odio chi scrive più di tre puntini di sospensione, che già di per sé anche solo in tre sono abbastanza ansiogeni, e odio gli emoticons, ma con Chiara avevamo un dialogo speciale e prima o poi le avrei spiegato la regola dei puntini di sospensione, e che non vanno mai abusati. Mentre per quanto riguarda gli emoticons mi ci stavo abituando, perché in fondo erano innocui, e anzi aiutavano la comunicazione: sono come l’espressione facciale mentre parli, aiutano a decifrarsi l’un l’altro quando scrivi.
Dunque quella non l’aveva invitata: era evidente che fra le due non correva buon sangue… queste cose mi sconfortano. Chiara, poi, è deliziosa. E anche se con Clementina non sono particolarmente intimo mi dispiace anche per lei, per lei che era capace di sentimenti così poco amabili. Che dovevo fare, io? Inimicarmi Clementina e tutti gli altri non era il caso, mentre Chiara, così chiara e limpida, avrebbe certamente capito. E così fu, infatti. Le avevo scritto: Ti dispiace se vado? e lei rispose: E perché dovrebbe dispiacermi? divertiti……………. e poi mi racconti ; -)
* * *
Sabato alle 19 fui puntualissimo e mi presentai con un mazzo di cinque gerbere che m’erano costate 3 euro e cinquanta l’una, perché come mi dice sempre mia madre: Non ti presentare mai a mani vuote a casa d’altri. E anche se la festa non era a casa ma in un bar era lo stesso.
Clementina fu molto sorpresa, piacevolmente sorpresa, troppo sorpresa – ragionai: stava continuando a interpretare il mio gesto di garbata cortesia come fosse stato un’attenzione speciale per un evento speciale. Mi buttò le braccia al collo come se fossimo stati amici di vecchia data e forse qualcosa di più. Sentendo le sue grandi tette strette contro il mio petto mi mancò il respiro e i due baci che mi schioccò sulle guance con le labbra carnose e umide mi peggiorarono l’umore: lo capii dalla gamba destra che cominciò a tremarmi, non potevo farci niente, e prima che la situazione peggiorasse mi costrinsi a pensare a Chiara, alla sua serena e rilassata chiarezza, e mi dispiaceva davvero che non fosse stata invitata… e il solo pensiero di lei riuscì a calmarmi: sorrisi, dapprima fingendo, come avevo imparato in terapia, perché poi, una volta distesi i muscoli facciali, si comincia quasi a sorridere davvero e naturalmente: provare per credere.
Mi guardai intorno: evidentemente ero anche il primo, forse ero stato troppo puntuale. “Dove sono gli altri?” “Quali altri?” si sorprese Clementina.
Allora le nostre facce, come allo specchio l’una nell’altra, ebbero entrambe la stessa espressione di chi aveva, purtroppo, capito.
“Ma pensavi che avessi voluto invitare qualcun altro?” “Non pensavo che invitassi solo me!”
Restammo per qualche momento in silenzio intanto che un cameriere abbronzatissimo e tiratissimo ci servì un prosecco, mentre lei carezzava una gerbera come se stesse mimando un M’ama non m’ama. Io ero tentato di scolarmi il prosecco anche se non bevo mai alcol.
Bisognava dire qualcosa: “Clementina…” sussurrai. Non sapevo che dire: ero confuso e dispiaciuto. Sorpreso e anche contrariato, ovviamente. “Non merito questo…” bisbigliò lei a sua volta. “Certo che no!” mi affrettai a rassicurarla: ma allora che cosa? che cosa merita? che cosa bisogna dirle? E a me, chi mi rassicura a me? in che storiaccia ero stato invischiato! La gamba riprese a tremarmi.
“Tu sei sempre stato una personcina così per bene, così a modo, gentile…” Ecco, appunto: per bene e gentile, e nient’altro. “Sempre attento – continuò – capace di tante piccole attenzioni…” Troppo piccole perché potessero significare altro. “Un gentiluomo come non se ne trovano più.” concluse. Sì, vabbè, e allora? Certo che sono un gentiluomo, ma sono un gentiluomo e basta. Non c’è altro.
“So anche che sei molto timido…” riprese. “Io non sono timido! – replicai punto sul vivo e con un tono di voce forse troppo alto perché tutti si girarono a guardarmi – Sono solo riservato… – ripresi sforzandomi di controllare il tono di voce e il tremore della gamba – Solo riservato: è diverso…” conclusi. Mi guardai intorno, tutti erano tornati a farsi gli affari propri. Neanche la gamba mi tremava più. Così accennai un sorriso, soddisfatto di me.
Ma anche quello lei lo interpretò a suo modo: “Cicciobello! – mi fece afferrandomi entrambe le guance a pizzicotto – Sei ancora più adorabile quando fai così!” Mi alzai di scatto, feci cadere entrambi i flûte col prosecco sul suo vestito e farfugliando un davvero penosissimo “Scusami!” scappai.
* * *
Avrei voluto raccontare subito tutto a Chiara ma non avevo il suo numero di cell né la sua mail personale: dovevo aspettare fino a lunedì per scriverle via intranet dal server aziendale, senza neanche essere troppo specifico perché le mail personali vengono monitorate benché tollerate entro un certo limite: i buoni rapporti interpersonali tra colleghi erano ben visti e incoraggiati purché non togliessero troppo spazio al lavoro, com’era giusto.
Lunedì mattina fui tentato di affacciarmi nel suo loculo ma non avevo mai fatto una cosa del genere, così invasiva, con nessuno, e non volevo cominciare ora, anche se con Chiara era diverso e per lei avrei potuto infrangere parecchie regole.
Lei mi aveva puntualmente preceduto scrivendomi: Allora com’è andata? ; -) Era andata di merda. Ma volevo raccontarglielo di persona, anche perché non potevamo continuare così, ricorrendo a mille sotterfugi per non dare da parlare a tutti i nostri colleghi. Così le scrissi solo: Vediamoci in mensa e ti dirò :-!
A questo punto devo dire che spesso mi porto da casa un panino e una lattina perché non amo andare in mensa. Prima di tutto sono certo che non sia molto pulita e poi quell’enorme spazio aperto pieno di tavoli e di persone rumorose a perdita d’occhio mi mette un po’ d’ansia. Per non parlare di un dettaglio secondario: i pavimenti sono a grandi lastre bianche e nere a scacchi e questo, istintivamente, mi costringe a muovermi come il cavallo della scacchiera… è più forte di me, ma è una cosa innocua che gestisco perfettamente: a volte fingo di scavalcare una macchia a terra, un’altra volta svolto di lato per salutare qualcuno o per spostare una sedia che intralcia, ma il più delle volte vado dritto, insomma quasi dritto, per la mia strada svoltando a destra e a sinistra senza curarmi delle risatine di scherno e delle battutine… Il punto è che nella mia mente matematica io percepisco quell’enorme spazio per ciò che realmente è: un’enorme scacchiera in cui sono schierate tutte le pedine, le bianche e le nere, le amiche e le nemiche, e non posso esimermi dal fare le mie mosse per difendere la mia posizione e quella del mio re. E della mia regina.
Chiara era seduta a un tavolo con altre due tipe. “Finalmente ce l’hai fatta! – mi accolse sorridendomi allegramente – Quanti pedoni ti sei mangiato oggi prima di arrivare?” e rise insieme alle altre. Ma io la apprezzavo per questo, perché sapeva scherzare apertamente con me, senza ridermi alle spalle. “Devo parlarti…” le dissi. “Ma certo! mi devi raccontare di sabato sera! Allora? siediti e racconta!” “A te da sola” dissi restando in piedi col vassoio fra le mani. “Wow è una cosa seria!” fece una delle altre, e tutte a ridere di nuovo. Prima della terapia davo semplicemente dei pugni a chi, sulla scacchiera, si frapponeva fra me e la regina. Ma adesso sono una persona tranquilla e ho imparato a ignorare e a evitare tutti gli ostacoli.
“Vabbè – fece Chiara alzandosi e prendendomi per un gomito – io ho già finito e noi andiamo fuori a fumarci una sigaretta! – e mi trascinò letteralmente via per rimbrottarmi subito dopo – Lo sai che non mi piace quando fai quella faccia, te l’ho detto! Io ti sono amica, ti voglio bene, ma non puoi fare così… davvero!” Ecco perché la amo. “E adesso dimmi che hai combinato sabato sera che mi restano solo dieci minuti e devo ancora fare pipì!”
Sabato sera? non avevo combinato niente sabato sera, che dovevo combinare sabato sera? Sabato sera avrei solo voluto che ci fosse stata lei perché lei è l’unica degna di riempire i miei sabato sera e tutte le sere di tutti i giorni di tutte le settimane di tutta la mia vita.
“COOOSA?!” fece lei quasi strillando. “Cosa?…” m’impaurii. “Che HAI detto?!” continuò lei. “Che ho detto?…” davvero non capivo, che avevo detto? non avevo detto niente. “Che VUOL DIRE che SOLO IO ti posso riempire TUTTE le SERE di TUTTA la TUA VITA?!” Oddio, l’avevo detto? io pensavo di averlo solo pensato! m’è scappato! “M’è scappato…” cerco di scusarmi. “No caro! – fece allora lei buttando la sigaretta a terra e schiacciandola come uno scarafaggio – Io ho solo cercato di essere comprensiva e di esserti amica, ma questo no, questo davvero no!… E’ questo che si rischia a essere carini e gentili: che una ti dà il dito e tu ti prendi tutta la mano! che una ti dimostra comprensione e amicizia e tu li scambi per chissà che!… Ma mica solo tu, mica solo tu che sei un pazzo schizzato, e te lo dico con tutto la simpatia, guarda, mica solo tu: tutti! che se una è carina e gentile allora, per forza, ci sta! e per non starci, una, deve vestirsi come una talebana senza guardare in faccia nessuno! perché avete questo vizio, voi, tutti, pazzi schizzati e maniaci del cazzo: che se una sorride allora ci sta! E allora sai che ti dico, caro mio, vaffanculo anche tu come tutti!… Che tu, con tutti i tuoi problemi, mi sembravi più umano, sempre così gentile, sempre così educato… ma se devo guardarmi le spalle anche da te, allora, davvero, non c’è speranza, non c’è davvero speranza…”
E se n’è andata. Io ero ancora col vassoio in mano e mi sono seduto a uno dei tavolini lì in veranda. Mi girava la testa. Non avevo più fame ma ormai avevo preso un tramezzino tonno e pomodoro, un chinotto e una macedonia, avevo speso 7 euro e 75 e non potevo buttarli così. Così, anche senza più appetito, mi sedetti a mangiare guardando il praticello riarso e il muro davanti a me che mi piaceva perché aveva un aspetto solido e mi faceva sentire protetto. Finché vennero a cercarmi dall’ufficio perché m’ero addormentato.
* * *
Ora ho davvero capito tutto, mamma. Scusami se non te ne ho parlato prima ma non volevo angustiarti con questi miei miseri problemi. Ora ho capito che le cose sono sempre in un altro modo. Puoi parlare perfettamente, scrivere perfettamente, fare la giusta espressione e il giusto emoticon, il gesto giusto al momento giusto, la pedina giusta sulla casella giusta – ma è sempre tutto sbagliato, tutto in un altro modo. E non c’è mai modo di capirsi davvero, e anche se parliamo la stessa lingua sembriamo tutti stranieri.
Perché c’è la lingua del cuore, del cuore di ognuno di noi, che è come la lingua dei bambini, ba ba ba, ta ta ta, che nessuno capisce e che invece sta raccontando un mondo intero. Noi pensiamo di avere imparato a parlare, ma come i bambini il nostro cuore dice ancora ba ba ba e ta ta ta e lo comprendiamo solo noi, che chiunque altro capisce sempre un’altra cosa.
Era capitato a Clementina, povera stella, che aveva preso fischi per fiaschi. Ma è capitato anche a me, povero scemo, con Chiara, che io non sono diverso dagli altri, sono solo un po’ più matto, forse, ma come tutti sono uno scemo e come tutti prendo fischi per fiaschi. Perché ognuno di noi si racconta la sua storia senza ascoltare davvero le storie degli altri… e quando qualcuno dice qualcosa, una sola parola, un’idea, un frammento che è come un tassello che entra casualmente e perfettamente nel mosaico della nostra storia, nella nostra personale scacchiera, allora prendiamo quel frammento di quella storia e lo facciamo nostro, lo facciamo amore… senza però sapere davvero da dove viene, che cosa racconta, cosa c’è dentro, quale schema di gioco, quale melodia, quali sofferenze.
Io soffro tanto, mamma, anche se so che non devo dirlo e non devo pensarlo. Tu sei tanto malata e mi ascolti paziente perché sei l’unica che mi comprende davvero senza fraintendermi e io mi prendo cura di te perché tu sei l’unica regina della mia scacchiera che vale la pena difendere davvero davvero. Soffro tanto, ma sono stato peggio però. Ora sto meglio. Il dottore dice che se ero peggiorato è stato per colpa di un trauma, di qualcosa di veramente grave che mi è successo e di cui però non sono cosciente… Ma se essere cosciente significa soffrire di più allora preferisco così, mamma, preferisco ignorare, dimenticare, sognare, giocare a scacchi da solo e suonare il violino solo per te. Non andrò più in ufficio, ho deciso: quel lavoro non fa per me, quella gente non fa per me. Tutta la gente non fa per me.
Posso dormire con te, stanotte? solo stanotte? solo per una notte?
* * *
Li trovarono dopo mesi che nessuno aveva più avuto notizie di loro. La madre, gravemente inferma, era morta tempo prima ma lui l’aveva messa a dormire nel grande congelatore. L’ultima notte si era steso sopra di lei, abbracciandola, e stringendo in una mano il suo violino con l’altra s’era richiuso sopra il coperchio.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati
E’ l’anima che si denuda e poi si nasconde per un innato senso del pudore.
Commento di Susanna de Sario — 15 aprile 2011 @ 18.50