storie senza limiti / camillo sanguedolce

31 gennaio 2010

I Libri di Casa

Filed under: 5 - STORIE/DIARIO,I Libri di Casa — camillosanguedolce @ 18.50

Leggevo un’intervista a Herta Muller, il Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, in cui raccontava che nella casa della sua infanzia non c’erano libri – e me ne sono andato con la mente alla mia infanzia, in un’altra casa e in un’altra storia forse meno drammatica ma non meno vera dove, anche lì, non c’erano libri. O se c’erano, erano pochi e ben nascosti. Sopravvissuti a quella stessa guerra.

Solo ora mi accorgo di questo: che non c’erano libri nella casa in cui ero bambino, oggi che mi sembra naturale avere dei libri in casa. Ma allora, quando da ragazzo cominciai a maneggiare dei libri, era naturale quella nostra casa così com’era, dove c’era tutto il necessario ma non il superfluo: non c’era il televisore perché vivevamo praticamente dalla nonna e casa nostra era solo un dormitorio, allora, e dalla nonna campeggiava uno dei primi televisori della città; non c’era la lavatrice; né la cucina col forno, che bastava la piastra coi tre fornelli e all’occorrenza si accendeva sul terrazzino la brace per arrostire; e men che mai c’era il telefono.

Era una vecchia casa del centro storico, di quelle costruite disordinatamente una accanto all’altra, coi tetti a tegole che scivolavano uno sull’altro e, al contrario degli appartamenti più moderni nei palazzi in condominio, non c’era neanche l’acqua calda corrente e la domenica ci facevamo il bagno scaldandola in grandi pentoloni, per cui era anche più naturale lavarsi abitualmente con l’acqua fredda. Ma la mamma ci coccolava scaldandoci ogni mattina un pentolino d’acqua a testa, a noi figli che, prima di andare a scuola, la stemperavamo nella bacinella per lavarci la faccia, e “mi raccomando il collo e le orecchie”; la stessa acqua già saponata e tiepida serviva poi a lavarci il culetto e infine veniva riutilizzata per lavarci i piedi: la si usava dall’alto verso il basso e la sua ultima destinazione era il gabinetto, dato che non c’era neanche lo scarico diretto. Ma già ai primi tepori primaverili di nuovo solo acqua fredda corrente per tutti! E i nostri genitori ci raccontavano come a loro volta si ricordavano di altre case e di altre epoche in cui non avevano neanche l’acqua corrente in casa, e in certi casi neanche il gabinetto, che c’era quello che oggi si definirebbe “condominiale”… Anch’io, come loro, percorro i miei passi fuori da altri mondi più antichi per apprezzare cose e gesti quotidiani oggi dati per scontati: considero meglio le cose che ho e faccio un buon uso del superfluo.

Quelli della mia prima infanzia erano gli anni sessanta, e poi fu nei primi anni settanta che arrivarono i libri. Io ero un adolescente, e dalla fine della guerra erano passati meno di trent’anni, allora: quando in casa si parlava della guerra a me sembravano storie del secolo prima, un’altra preistoria, tanto erano lontane da me: le bombe, lo sfollamento nelle campagne, le macerie in città, la fame, i conoscenti morti, quelli uccisi da una scheggia, quelli salvi per miracolo, il racconto raccapricciante del cavallo morto rimasto a putrefarsi sulla strada… E non mi rendevo conto, allora, quanto per i miei fossero invece ricordi reali, paure anche troppo presenti e vicine, brividi veri passati sulla loro pelle: trent’anni è uno spazio di tempo che oggi io posso ampiamente misurare dentro la mia stessa vita ma allora era così enorme…

In quei primi anni settanta mio padre leggeva tutti i giorni il quotidiano e non credo di averlo mai visto con un libro in mano… Se oggi fosse ancora vivo gliene chiederei conto, ma è andato: da quei primi anni settanta arrivò giusto al settembre del settantacinque per morire di cancro – e da lì cominciò per me un’altra storia in cui i libri avrebbero preso sempre più spazio nella mia vita. Era mia madre, invece, quella che aveva condotto fuori dalla sua guerra i suoi piccoli libri segreti, che teneva probabilmente chiusi in qualche cassetto, e non perché fossero proibiti o davvero intimi, ma segreti solo perché preziosi, benché assolutamente privi di valore intrinseco, anche artistico. Mi pare di ricordare che ce li mostrò, a me e a mia sorella, solo quando anche noi, dalla scuola in poi, ci interessammo ai libri.

Mimma, mia sorella, più grande di me di tre anni e mezzo, quattro anni scolastici, per la prima volta portò a casa un romanzo preso in prestito dalla biblioteca scolastica. Era “Le ragazze di San Frediano” di Vasco Pratolini e me lo ricordo come un primo amore perché fu il mio primo romanzo – se escludo “Il Piccolo Lord” che ricevetti in regalo dalla zia Cetty per un compleanno di qualche anno prima e che lessi e abbandonai, e rilessi e riabbandonai, e che non amai perché mi sembrava un libro per bambini quando io già mi sentivo un ometto. Oggi, forse, mi pare di capire che non lo amai perché, come libro di narrativa, era un oggetto fino a quel momento alieno, che non aveva collocazione in casa perché non c’erano suoi simili…  I libri di scuola erano un’altra cosa, erano  materiale didattico sui quali ci applicavamo meccanicamente, ma un libro di narrativa dovevano aprirlo solo per nostro diletto!… In casa non c’era uno scaffale in cui sistemarlo fra gli altri, e “Il Piccolo Lord” con la sua ridicola copertina azzurra giganteggiava, da solo, e pretendeva da me un’attenzione che io non ero in grado di dargli perché mi mancavano quell’esperienza e quella dedizione che avrei appreso in un capitolo successivo della mia storia.

Ma quando Mimma portò in casa quel primo vero romanzo, che aveva paura di affidarmi perché “doveva restituirlo”, cominciai rudemente a intuire il vero valore dei libri: sapevo già dai libri di scuola che erano costosi e che andavano maneggiati con cura, foderati col riciclo della carta decorata dei regali passata sotto il ferro da stiro per proteggerli dall’usura – ma, a sentire ora mia sorella, erano anche piacevoli da leggere… Lei, che era la grande, era il mio unico referente, e così lessi anch’io quel mio primo romanzo che mi aprì la via a tutti i mondi possibili: allora era Firenze, una città lontana bella e sconosciuta in cui si parlava un altro italiano, e nelle cui vie, così minuziosamente descritte, cominciai a incamminarmi… Ed era pure il fascino delle parole che ricreavano mondi, visibili ed invisibili, reali lì da qualche parte e anche interiori, il mondo dei sentimenti, le contraddizioni, i contrasti, il destino… Cominciò con quella mia prima lettura, oggi mi sembra, il mio primo passo dentro l’età adulta: avrò avuto all’incirca dodici anni e sarebbe stato un lento lunghissimo e anche doloroso apprendistato.

Fu più o meno in quel periodo, come dicevo, che nostra madre trasse dai suoi mondi segreti quel libriccino di cui ci pareva di ricordare, adesso, frammenti, certi suoi accenni qua e là nel tempo, quando eravamo ancora troppo piccoli per capire, estratti durante la nostra fanciullezza come piccole perle di saggezza da quella sua lettura edificante per buone signorine d’altri tempi: “Pia dei Tolomei”, la vita di una santa che forse cominciai a leggere e forse abbandonai, già prematuramente disincantato, perché mi pareva così simile a quel “Piccolo Lord” così poco adatto a me, piccolo ometto… Mi dispiace, oggi, non averlo letto tutto e fino in fondo, e non poter condividere con lei, la vecchia mamma, il ricordo di questo suo reale tesoro.

Perché oggi comprendo in tutta pienezza il suo sentimento per quel libro che troppo precocemente considerai “da poco”: a dieci anni lei dovette abbandonare gli studi per lo scoppio della Seconda Guerra, alla fine della quale fece appena in tempo a raccattare quella licenza elementare che rimarrà il suo unico amaro titolo di studio. Perché dopo, passata la guerra, non le fu mai più concesso riprendere gli studi, nonostante le sue preghiere e le sue insistenze e il suo amore per lo studio e la lettura… La guerra aveva lasciato grandi disastri, ovviamente, e già l’anno prima del suo inizio, nel trentanove, suo padre era morto lasciando la vedova con sei figli da crescere, due maschi e quattro femmine, così fu naturale, data l’epoca e le circostanze, che mia madre fu data come apprendista sartina alla sorella maggiore, Bettina, già sarta rifinita. E solo a Lucia, alla sua sorella minore, l’ultima dopo di lei, fu concesso, nel tempo di pace che da lì in poi procedette, di continuare quegli studi, fino al diploma, che a lei non furono concessi benché strenuamente desiderati.

Si capisce, così, che tutto ciò che aveva avuto attinenza con lo studio, e la lettura, e il disegno, che lei aveva amato tanto, divenne per lei oggetto di vivo rimpianto, prima, e di mito, poi. Mito accresciuto, in seguito, anche dalla brutale leggerezza con la quale suo fratello Pippo le strappò i quaderni di scuola – che lei aveva conservato con cura nella nostalgia di ciò che non fu – per sistemarne le pagine squadernate come lettiera nella gabbia degli uccellini: i suoi bei disegni, i suoi temi, i suoi esercizi di bella scrittura tutti ricoperti, ora, di cacca d’uccelli, e poi l’indomani, buttati via per passare alla pagina successiva. Se si fossero distrutti sotto i bombardamenti ne avrebbe conservato meno pena.

Si capisce, così, che quel pochissimo che poté salvare dall’incuria e dal tempo divenne per lei oggetto intimo da difendere e custodire con dedizione nel fondo più profondo dei suoi cassetti: nessun quaderno, nessuna traccia del suo passaggio a scuola, nessuna memoria dai banchi – se non quella vocale da tramandarci a voce che ora trascrivo: la sua mano felice per il disegno in copia da altri immagini e disegni, ma incapace di disegno di fantasia – come ero adesso io; lo scarso amore per la matematica – che mi ha pienamente tramandato; e gli aspri rimproveri di una maestra che la qualificò per disattenta e svogliata mentre lei era solo inconsapevolmente miope, e solo molto tempo dopo, quando dovette applicarsi al cucito, ci si accorse che aveva bisogno degli occhiali… Ma intanto la guerra era già passata e la scuola era per sempre finita e cominciavano gli scappellotti e i rimproveri “dimostrativi” che Bettina le impartiva, a lei sorella minore, come ammonimento per le altre apprendiste. Fu per quello, per non continuare a subire quelle altre angherie da un’altra dei suoi maggiori, che andò dalla “mastra”, da un’altra sarta maestra, dove crebbe come sarta e come donna e dove rimase fino al suo primo fidanzamento, quello con papà. E’ da quel passato da dopoguerra così banalmente angusto e inutilmente angustiato da piccoli livori familiari, che ora riaffiorava la sua “Pia dei Tolomei”, quel suo piccolo e povero ma prezioso libro antico che ancora, oggi vecchia, da qualche parte conserva come ultima labile traccia del suo passaggio su quei banchi di scuola che troppo precocemente fu costretta ad abbandonare.

Fece passare qualche anno prima di tirar fuori l’opera omnia: tanti fascicoletti che alla loro epoca vennero venduti in allegato a una rivista, forse “La Domenica del Corriere”, così tanti fascicoletti che tutti insieme prendevano più spazio della “Recherche” ma molto più appassionante e divertente: la stessa struttura narrativa che in televisione sarebbe diventata “soap opera”, ovvero passioni e intrighi e colpi di scena da una puntata all’altra, da un fascicolo a un altro, per anni e anni di pubblicazioni…

Io, intanto, cominciavo ad impilare i miei primi libri. Dopo “Le Ragazze di San Frediano” mia sorella portò a casa “Metello” e lessi pure quello, anche se lo apprezzai un po’ meno per il coinvolgimento politico e sociale che pretendeva da me giovane lettore. Ma quando poi portò il romanzo di una scrittrice che mi sembrò dal titolo essere cosa per femmine – feci il mio primo passo in quest’altro mondo conosciuto: coi miei piccolissimi risparmi misi piede, per la prima volta da solo, in una libreria, per comprarmi altri romanzi di quel Pratolini che era l’unico che conoscevo e che mi era piaciuto tanto. Solo che, non so che fu, feci confusione fra Pratolini e Pasolini e mi ritrovai, con mio stesso grande scandalo e sconvolgimento, immerso nella lettura dei “Ragazzi di Vita” dei sobborghi romani che parlavano un’altra lingua ancora, il romanesco, e che si denudavano per tuffarsi nel fiume e che si mostravano l’un l’altro i piselli e che frequentavano pure la malavita! Ero scioccato ed elettrizzato, non credo che ne parlai con la mamma, forse accennai qualcosa a mia sorella che era la mia referente letteraria, ma fu quello l’inizio della mia davvero personale via nella lettura che mi avrebbe rapito per sempre. Ovviamente dopo comprai anche “Una Vita Violenta” e dopo decisi che Pasolini per me era troppo, dato che ero davvero troppo giovane – almeno sentimentalmente. Da lì in poi cominciai anch’io a frequentare la biblioteca scolastica e quella comunale, anche se sin da subito capii che preferivo possedere i libri. E furono disordinatamente William Somerset Maugham, William Faulkner, Emile Zola, François Sagan, Pirandello, Čechov…

Intanto avevo messo nell’armadio la raccolta di “Topolino” per fare spazio a “Diabolik” che però non ebbe un lungo corso poiché cominciai a trovarlo ripetitivo. Preferivo leggere i fotoromanzi di mia sorella, quelli con Franco Gasparri e Michela Roc, telefilm su carta stampata, sui quali devo dire, oggi, cominciai inconsapevolmente a farmi le ossa sulla struttura dei dialoghi, sulla scioltezza del linguaggio e degli escamotage narrativi che in seguito mi sarebbero serviti per la mia scrittura più che gli autori importanti che andavo leggendo… Poi, quando l’editrice dei fotoromanzi “Lancio” lanciò il fumetto “Lanciostory” divenni un appassionato anche di quello, e per sistemare i miei fumetti la mia prima libreria me la feci da me: appendendo al muro vecchi cassetti dipinti di giallo e foderati all’interno della stessa carta da parati con cui avevamo fatto ridecorare le due stanze: dopo la nonna, morta l’anno prima, era morto anche papà – e mamma, che aveva cominciato a lavorare come badante guadagnando così di suo, si sobbarcò le spese delle prime migliorie, dato che ora vivevamo la casa a tempo pieno, e un’allegra carta da parati, insieme alla lavatrice, furono i primi acquisti che fece per la casa – ma soprattutto per sé, oltre che per noi.

“Sonia, la Deportata in Siberia” fu una lettura interminabile e appassionante. Narrava la storia di una nobildonna russa caduta in diecimila disgrazie fra amori impossibili e redenzioni sempre procrastinate nel tempo, ambientata all’epoca dell’ultimo zar e immersa in eventi storici reali con personaggi fittizi insieme ad altri veramente vissuti, come Rasputin, fra complotti e rivoluzioni storiche insieme ad altre gesta di pura fantasia a intessere la vicenda di Sonia la deportata in Siberia che fu il nostro sceneggiato televisivo segreto mentre in Italia impazzava “Sandokan” – che noi non abbiamo mai visto perché a quell’epoca non avevamo più il vecchio e storico Telefunken, morto insieme ai nostri morti, e fra l’acquisto della lavatrice e quello di un nuovo televisore nostra madre scelse, giustamente, il primo.

Però ricordo che all’epoca, ero ai primi anni della superiore, quando tutti parlavano di quel Sandokan io tacevo, vergognandomi di essere così povero da non avere neanche il televisore in casa, e semplicemente mi astraevo dal gruppo… atteggiamento che via via mi venne sempre più naturale e poi connaturato. Non potevo parlare a nessuno di Sonia la deporta in Siberia, perché nessuno avrebbe capito la mia passione per quest’eroina tragica che veniva da un Paese e da un’epoca che, studiati poco e male a scuola, io stavo invece approfondendo per le vie della bassa letteratura… ma era il mio segreto, insieme alle tasche vuote di spiccioli anche solo per un gelato in compagnia, e agli inviti a vedersi una sera per una pizza sempre rifiutati per non chiedere i soldi a mamma che lavorava per noi…

Sono passati anni e son dovuto crescere parecchio prima di dire ad alta voce a qualcuno, quando in seguito fra amici ci si ricordava di quel Sandokan di tanti anni fa, che io non lo avevo mai visto se non sulle fotografie delle riviste. Ma non ho mai parlato a nessuno di Sonia, la mia compagna di quelle tante serate in silenziosa penombra di cui ora sono davvero orgoglioso, di quella Sonia che una sera mamma presentò timidamente a noi figli – che grazie alle sue fatiche continuavamo a frequentare quella scuola a lei negata e che ora leggevamo romanzi veri: ci mostrò con un po’ di vergogna, e un po’ minimizzando la portata dell’evento, i primi numeri di quella lunga storia a puntate per l’acquisto della quale anche lei aveva dovuto faticare a mettere insieme i centesimi, con vergogna perché senza l’approvazione di nostro padre che, più colto, leggeva solo il quotidiano. E quando anche noi ci appassionammo alla sua lettura giovanile quasi voleva dissuadercene, perché non era all’altezza di noi: che questo senso di eterna disistima le era stato conculcato dalle persone che, pure, le avevano voluto bene.

Herta Muller ricorda che sua nonna, nella loro Romania germanofona, all’arrivo dei russi bruciò nella stufa tutti i libri di un suo figlio pazzoide e nazista, probabilmente anche quelli buoni dato che nella sua ignoranza non aveva saputo distinguere. Da noi invece arrivarono gli americani e non ci fu nulla da bruciare, che tutto era già stato incenerito, anche sotto la cacca degli uccellini: ricordi, speranze, autostima.

per saperne di più: Herta Muller, Pia dei Tolomei

2 commenti »

  1. Bravo!!

    Quei vecchi cassetti dipinti di giallo li ho ereditati io :)

    Commento di Saro — 1 febbraio 2010 @ 18.50

  2. Molto bello !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Commento di matilde — 13 maggio 2010 @ 18.50


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