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Ognuno ha la propria sensibilità, definibile in tanti modi. Ma poiché non sono un filosofo, né uno psicologo, non posso che definirla secondo la mia personale esperienza… e sensibilità.
La mia non è un punto fermo né un dato acquisito. Varia e cambia nel tempo, si assopisce o si fa attenta, e io passo dal cinismo al sentimentalismo con grande facilità. Ma non sullo stesso tema, però, perché la sensibilità essendo multi funzionale si adatta a circostanze e ad argomenti diversi con diversa caratura: così mi càpita di palpitare con un cuore d’oro zecchino per qualcosa mentre per qualcos’altro ho un cuore di piombo.
Per quel che mi riguarda la sensibilità è definita dalla nascita, e poi, in séguito, ridisegnata dalla natura, natura intesa come esperienza di vita: un’esperienza che si forma come cultura personale e che a volte è casuale come un incontro, fortuito e circostanziale, ma che altre volte è un’esperienza deliberatamente acquisita, scelta, coltivata: come un incontro cui seguono altri appuntamenti e da cui poi nasce una relazione… Sarebbe come dire che con la nostra sensibilità abbiamo una specie di relazione amorosa, e da essa cominciamo a dipendere e con essa ci accompagnamo a braccetto, a volte esibendola con orgoglio, lacrima sul ciglio, e a volte, più discretamente, facendola solo intravedere… Ed essa, la nostra sensibilità, ci coccola e ci vizia con le sue croci e le sue delizie, e proprio come un’amante fa in modo di non distrarci mai da se stessa, e cresce con noi e dentro di noi fino a che, alle volte, improvvisamente non ce ne scopriamo prigionieri: prigionieri di una sensibilità verso qualcosa o qualcuno che non vorremmo più avere: Guardi, io ho un cuore così sensibile che è una rovina, signora mia!
Mi arriva l’urgenza di questo ragionamento a voce alta e cuore aperto da quando sono approdato su FaceBook e via via mi sono imbattuto in numerosissimi gruppi e persone che – con grande sensibilità – si occupano di cani. Ovviamente anche prima, via mail, venivo occasionalmente sollecitato a sensibilizzarmi su bastardini, trovatelli, cucciolate da smaltire e campagne di protesta contro la violenza sugli animali; e nel bestiario via via propostomi i cani sono sempre al primo posto, secondi i gatti. Gli animali da compagnia più comuni, dunque… e i gatti vengono dopo perché sono animali più autonomi che non hanno quello sguardo canino che dice: Fammi tutto quello che vuoi… E che ti tira fuori tutto quello che hai: coccole sei sei buono e calci se sei cattivo; in ogni caso con un sentimento misto: gusto di bontà variegata di potenza.
A me la parola “trovatello” mi fa subito pensare a un bambino e sento – secondo la mia personale sensibilità – che prima dei cani ci si dovrebbe occupare dei bambini e degli essere umani in generale. Ma lasciamo perdere gli adulti (che il ragionamente lieviterebbe troppo) e restiamo concentrati sui bambini: anche perché cos’è un cane se non un bambino che non imparerà mai a parlare? resterà sempre in quell’età in cui sgambetta da solo ma non la fa nel vasino, lo devi pulire e nutrire ma non andrà mai a scuola… però ti dà le preoccupazioni dell’adolescente che fa sesso non protetto… e altrettanto lo devi portare dal medico specialista, ma non sempre te lo puoi portare dietro in vacanza.
Quand’ero bambino io i cani e gatti di casa mangiavano i nostri avanzi, le nostre frattaglie, rosicchiavano le ossa dei nostri arrosti e tutt’al più gli si cuoceva un po’ di pasta in bianco per rinforzo, specie se il cane era di grossa taglia. Poi arrivò sul mercato la pasta di scarto, solo per animali, e in seguito il riso soffiato, poi le scatolette, e poi i croccantini… così che un poco alla volta il mercato, capito il potenziale, ci ha abituato a comprare prodotti solo per gli animali, fino ad arrivare all’esagerazione odierna dove gli animali sono trattati in pubblicità come delle vere star.
Mi è capitato di ragionarci con un ragazzo sfuggito alla fame e alle guerre della sua terra Centrafricana: benché laureato, qui campa vendendo borse tarocche fornitegli dalla camorra, dato che non riusciva a campare vendendo artigianato africano, anche quello in mano ai racket. Guardava con triste ironia la signora perbene che raccoglieva col guantino di cellophane la cacchina che il suo cagnolino aveva fatto per strada. Da lui, mi spiegò, nella sua terra, i cani sono a servizio degli uomini e non gli uomini a servizio dei cani. Stop. In una sola frase aveva liquidato l’intero problema: che è quello del mercato che fa leva sulle nostre debolezze e sui nostri languori, sui nostri sensi di colpa e sui nostri vuoti sentimentali – che di questo si tratta – per spingerci a umanizzare gli animali da compagnia, a vestirli a pettinarli a spulciarli e a togliergli anche la merda dal culo. Io stesso ricordo una signora-con-cagnolino che ha inveito, direi latrato, contro quell’altra che era trasalita all’abbaiare del suo cane: Sono io che ho paura di lei, sa?!… e questo la dice lunga su quell’insano sentimento di totale identificazione. E il problema è che si credono persone buone.
Cosa spinge una persona adulta, nell’ottanta per cento dei casi: donna (ma il calcolo percentuale è a occhio e individuale), mediamente colta, intelligente, socialmente e politicamente orientata, e per una buona metà di quell’ottanta per cento: single – ad occuparsi con tanto impegno, in certi casi esclusivo, di cani?
Facendo facile psicologia da rivista, perché continuo a non essere uno psicologo, la prima risposta, la più facile, è: queste donne sublimano la maternità. Ma può essere vero solo parzialmente, perché se presa in assoluto credo che che sia un’altrettanto assoluta sciocchezza. E’ un giudizio facile, una facile battuta, che però non rende conto del vero problema e dell’eventuale disagio.
Ci sono donne che hanno fatto del cane (come del gatto) l’unico punto di riferimento della loro vita, e l’unico feticcio sul quale esercitare la propria sensibilità: ce ne sono che scrivono poesie sui cani e addirittura preghiere del cane; quelle artisticamente più dotate rifanno il testo in chiave canina delle canzoni famose: per quanto innocui sono comportamenti che mi inquietano e che non esito a definire estremi, e mi chiedo sempre: non sarebbe più sano indirizzare un po’ di quella sensibilità e di quell’energia e di quella creatività verso i bambini che, altrettanto, soffrono intorno a noi? Mi si potrà obiettare che il mondo è pieno di poesie e di preghiere e di canzoni che parlano dei bambini, e allora dico: uscite di casa e guardatevi intorno. E devo aggiungere che su questo livello di dedizione assoluta agli animali non ci sono quasi più uomini, e già questo porrebbe un’altra domanda alla quale cercare un’altra difficile risposta…
Senza andare a cercare i bambini che combattono guerre come piccoli soldati drogati e violati; senza andare a cercare i bambini che le guerre le subiscono insieme agli orrori della distruzione delle loro case e della morte dei loro adulti, delle mutilazioni, delle pestilenze e della fame; senza andare a cercare quelli che subiscono il compiaciuto inganno delle mine antiuomo che anche l’Italia produce ed esporta; senza andare a cercare quelli “semplicemente” vittime di carestie e disastri naturali; e senza andare a cercare quelli violati e violentati da adulti che, forse, chissà, amano pure troppo i cani; senza andare a cercare i casi limite che sono quotidianità in certe parti del mondo – guardiamoci intorno per le strade, fra le mura dei condomìni e dentro molte famiglie perbene: anche lì ci sono bambini che aspettano la nostra attenzione e il nostro scandalo.
Diffido di chi ama troppo gli animali e non ama abbastanza gli esseri umani. Gli esseri umani sono cattivi, non scodinzolano, non corrono a un fischio e non ti riportano indietro la palla: con loro non puoi farla da padrone. Con gli esseri umani devi starci alla pari e spesso le prendi… e cosa sono i bambini se non cuccioli umani che un giorno cresceranno per dartene ancora? Ma nonostante questo io li preferisco agli animali: non ho paura di prenderle come di darle, accetto il confronto anche conflittuale e mi annoiano le persone servili e sottomesse – come cani, appunto.
Dicevo che la sensibilità arriva da lontano. Ci sceglie e la scegliamo. E nella mia utopia vorrei sapere, da ognuno di voi che siete così sensibili solo ai cani, com’è che siete arrivati a questo vostro punto di non ritorno. Una risposta che ho avuto è stata: tanto i bambini, e gli esseri umani in generale, hanno la parola per potersi difendere e denunciare sofferenze e abusi… Beh, non è così: le vittime di violenze fisiche e sessuali, prima della parola hanno l’annichilimento che gli toglie la parola, hanno il dolore e la vergogna e i sensi di colpa che li rendono afoni, come anche complici delle loro stesse violenze subite. Sennò perché si avrebbero casi di violenza che perdurano anche decenni? c’è il silenzio di fuori e c’è il silenzio di dentro. Davanti alla violenza qualsiasi bambino o bambina, ma anche qualsiasi adulto, è come se tornasse a quell’età in cui tutto deve ancora essere appreso e tutto può ancora accadere: non ha parole per difendersi e per immaginarsi in un mondo diverso. E’ un alibi, questo della parola che gli umani hanno di fronte alla violenza e gli animali no. Così credo che quest’amore esclusivo, o molto forte, per i cani sia solo amore esclusivo per se stessi, amore consolatorio, perché troppo deboli per scendere nell’arena a confrontarsi coi propri simili.
La sensibilità, dicevo. Io ci sono nato con la mia, e poi ho fatto incontri, visto cose. Avrò avuto una quindicina d’anni e una mattina con la mia amica e compagna di banco siamo andati a visitare un brefotrofio di cui le avevano parlato, e che era dalle parti della Fiera, a Catania. Io non sapevo neanche che differenza ci fosse fra brefotrofio ed orfanotrofio: oggi so che nel primo sono accolti i trovatelli, quelli rifiutati o tolti alle famiglie, nel secondo gli effettivi orfanelli – anche se nella sostanza non cambia nulla. Non so neanche perché ci stessimo andando, io e Graziella, e non ricordo se era per un compito scolastico o per una semplice curiosità… non ricordo più nulla, se non l’esperienza.
Ci fecero entrare senza problemi, non avevamo neanche appuntamento e non so come fu così facile, oggi probabilmente non è più così. Era in un luminoso vecchio appartamento gestito da suore che ci ammisero solo in una stanza dove c’erano i più grandicelli: piccolissimi. Forse venti o anche trenta bambini che a malapena stavano in piedi da soli, di un anno e mezzo, di due, qualcuno forse di tre; un po’ mocciolosi e un po’ unti ma dignitosamente puliti in certi grembiulini cuciti a mano o semplicemente in canottierina e pannolino; chi scalzo e chi con i calzini, chi con le scarpette, tutti a terra sul nudo pavimento – era piena estate – e non ricordo giocattoli: forse qualche palla sgonfia, pezzi di carta… Se ne stavano tutti quasi l’uno sull’altro, chi addossato al muro e chi, più autonomo, sgambettava per la stanza. Qualcuno piangeva ma non si poteva stare dietro a tutti. E c’era una coppia di gemelli, identici, uno dei quali, seduto a terra faccia al muro, si dondolava sbattendo la testa su quel muro, continuamente. Probabilmente la suora intercettò il mio sguardo allibito perché spiegò che faceva sempre così, tutto il giorno, e che non ci si poteva fare nulla: rimbombava, ma non si faceva male, e se cercavano di fermarlo era peggio, aveva scoppi d’ira. Ovviamente quando entrammo i più arditi ci si fecero intorno, aggrappandosi alle nostre gambe, tendendo le braccia all’insù per essere presi. Ne presi in braccio uno, il primo che mi capitò, quello il cui sorriso mi captò, e che mi si strinse al collo stretto stretto. E altri cominciarono a piangere perché volevano la loro dose di attenzione e carezze. Adesso andate, ci disse la suora col suo sorriso mite, altrimenti non li teniamo più: sono troppi e noi siamo così poche, non li possiamo prendere in braccio tutti… Me lo dovette strappare dal collo con grande fatica, che le sue braccine magre erano diventate vitigno di ferro, e io stesso non sapevo più che fare. Consapevole che non avrei potuto portarlo via, già sentendomi colpevole per averlo illuso qualche istante, e per aver preso in braccio solo lui. Favoleggiammo con noi stessi, io e Graziella, che saremmo tornati con dei giocattoli, con delle caramelle. L’emozione era stata forte e volevamo sentirci migliori. Ma non ci tornammo più e non mi pento di non aver portato caramelle: sarebbe servito alla mia coscienza ma non alla loro sofferenza.
Ancora, in qualche modo, ricordo il faccino di quel bambino e ormai penso che lo ricorderò per sempre: pelle chiara e capelli scuri, non particolarmente bello, ma con un sorriso incredibile che ha gettato in me il seme di un’altra sensibilità. Oggi dovrebbe essere un uomo che ha superato i trenta, e mi auguro di tutto cuore che sia felice, con una famiglia sua, felice. E con un cane altrettanto felice che giochi coi suoi figli.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati
Che dirti? La tua scrittura mi prende.
Sei un po prolisso all’inizio…ne hai necessità per spiegare perché prendi da lontano il problema…ma poi quando parti,vai alla grande e riesci sempre a strappare “alla mia sensibilità vanesia” una commozione che si traduce in occhi appannati tanto da non vederci più tanto bene…ma il racconto é finito!
Commento di matilde — 13 maggio 2010 @ 18.50