storie senza limiti / camillo sanguedolce

17 luglio 2010

La scrittura, il teatro e un ombrello dal manico rotto

 

Solo quando ero a buon punto, dopo diverse pagine molto ben scritte, mi sono accorto che era tutto sbagliato: quando si interrompe il filo della scrittura che ci tiene appesi all’imperscrutabile da cui fluiscono pensieri e sequenze di parole, è il momento di staccarsi e respirare, staccare e rileggere quello che, se da un lato sappiamo di aver scritto, dall’altro è sempre una scoperta tutta nuova.

E’ come quando il mio vecchio maestro di recitazione (sia davvero pace all’anima sua) mi ammoniva: “Non si guardi dall’esterno!” Perché la recitazione, ci insegnava, doveva fluire dal cuore e dalle viscere senza mai passare dal cervello che tutto critica e tutto censura. Perché da attori non dovevamo essere critici e censori di noi stessi: che ci stava a fare allora lui? come poteva insolentirci, altrimenti, magari tirandoci un mocassino?

Tutto questo, questo fluire di emozioni e arte dal cuore e dalle viscere, dovevamo esprimerlo solo in fase di ricerca, però, solo durante il momento creativo. E dopo, solo dopo, dovevamo, io e i miei compagni d’avventura teatrale, risvegliare piccole percezioni di noi stessi, porzioni di pensiero intelligente, finestrelle di lucidità: per vedere, uscendo piano piano da noi stessi e dalla nostra creazione, ciò che davvero avevamo creato: non tanto per capire se era cosa buona e giusta – che il giudizio ultimo era sempre il suo, del maestro, del regista – ma per poterlo riconoscere e codificare, per saperlo ripetere uguale nelle repliche teatrali che sarebbe venute… anche quelle, talvolta (spesso sbagliando ma raramente con lampi di genio) scenario di nuove creazioni estemporanee “a soggetto” aggiunte all’ultimo minuto: per questo la recitazione teatrale è materia viva.

La scrittura, invece, che passa attraverso medesimi percorsi, una volta stampata, è là – non morta ma folgorata, congelata per poter essere distribuita. E’ più morto un film da questo punto di vista: perché la scrittura, anche se lo scritto è in libreria o nel blog, la si può sempre rimaneggiare ancora e ancora.

Dalla recitazione, in cui non avevo più maestri da cui apprendere (non perché avessi appreso tutto ma perché ne ero rimasto orfano) sono tornato alla scrittura, che come l’oro per il risparmiatore è per me un bene di rifugio primario sin dalla primissima infanzia, sin da quando ho imparato a scrivere: raccontare storie è evidentemente il mio compito in questa vita, a prescindere dal mezzo con cui riesco a farlo e a quante persone io riesca a raccontare. E in questo raccontare scrivendo è identico il processo creativo… anche se qui, ora, sono solo, e da solo devo essere autore e attore e regista della storia da raccontare; ma c’è di buono che non avrò bisogno di palcoscenici e produttori e compromessi e altri attori rompiballe per poter racccontare la mia storia: mi sono sufficienti pochi lettori, ognuno a casa propria, in assoluta libertà.

Così ora mi è capitato, rileggendo questo capitolo appena scritto, che era tutto sbagliato, troppo “di testa” e ragionato. Avevo da raccontare un passaggio nella vita di questa coppia in crisi: il perché e il percome. Uno snodo importante nel fluire dell’intera storia. Ma rileggendolo mi sono accorto che non parlava al cuore e che era sì come una recita perfetta, in perfetta dizione e impeccabile messa in scena, ma che non mi emozionava… e io sono uno spettatore molto esigente, soprattutto con me stesso.

“Non si guardi dall’esterno, porco zio!” mi richiama ancora il mio fu maestro, bontà sua e bontà divina, scagliando la coppola a terra. Ma io, ora, da solo, da regista di me stesso, finalmente capisco che ho bisogno di uno scenario per dare profondità alle mie parole, e dico all’autore che ho bisogno di un contesto in cui inserire quei perché e quei percome di quella coppia in crisi. E per trovare questo scenario e questo contesto devo lasciare libero il cuore di sognare e lo stomaco di bruciare: solo da lì, fra nuvole e fiamme, potranno rifluire le nuove parole, passando tutt’insieme fra paradiso e inferno come… come se io fossi ancora lui, il protagonista della storia che forse un tempo davvero fu, che ora litiga con parole di fuoco sotto una pioggia fitta e battente: ecco, bastava un cielo plumbeo, benché banale, e rumore di pioggia sullo sfondo. Ma non ho paura di risultare banale se posso sperare di riuscire a trascrivere le emozioni vere: non c’è niente di peggio della ricerca dell’originalità a tutti i costi.

Lo so, certo, sto raccontando una storia d’invenzione, che oggi si dice fiction, ma so anche – come qualcuno di voi sa – che devo anche ricorrere alle cose vere che ho vissuto, confondendo le emozioni vere con le fittizie, rimpolpando il monologo finto con le parole davvero pronunciate… E così oggi scrivo questa scenata sotto la pioggia, mentre in fondo all’armadio conservo ancora un vecchio ombrello dal manico rotto.

alla memoria di Giuseppe Di Martino
e all’affetto di tutti i miei compagni d’avventura

1 commento »

  1. :-)

    Commento di Ilaria Sorrentino — 28 luglio 2010 @ 18.50


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