
993 parole, tempo di lettura 8 minuti circa
Sono cresciuto in campagna dove ogni giorno, al crepuscolo, assistevo incantato al cambio della guardia: le bestie diurne che si rintanavano per lasciare il campo a quelle notturne, specie diverse con simili necessità: nutrirsi, cacciare, accoppiarsi…
Da bambino io ero forzosamente un animale diurno: dopo Carosello subito a letto, anche perché non c’era molto altro da vedere dopo le nove: Canzonissima, gli sceneggiati, TV7, i vecchi film… Ma sentivo d’essere notturno nella mia intima natura: restavo alla finestra a veder volare i barbagianni, i pipistrelli, le falene attorno al lampioncino… e leggevo libri d’avventura finché mamma non veniva a sgridarmi di spegnere la luce.
Crescendo, poi, ero io che li mettevo a letto alle nove, che ormai in tivvù c’era troppo di tutto lungo tutta la notte, troppe cose per i miei vecchi genitori diurni… E i miei libri d’avventura, adesso, li scrivevo io con la mia vita, scappando scoppiettando sulla mia prima vecchia moto verso le pagine dov’erano scritte le ragazze e gli amici al bar, gli spinelli e le nottate passate a guardare le stelle, sdraiati sull’erba a passarsi l’erba e scrivendo altre avventure in forma di sogni, tirando linee fra le stelle a disegnare le figure nascoste come nella Settimana Enigmistica, gli scenari in cui percorrere il nostro futuro, sempre glorioso, come quel cielo di stelle in cui far scoppiare i nostri sogni come fuochi d’artificio.
Salvo accorgermi, andando a studiare in città – erano gli anni Settanta – che stavano cominciando a scoppiare fuochi e bombe rivoluzionari e che le stelle, chiuse lassù fra gli alti palazzi e le vie illuminate, non splendevano più: i nostri sogni avevano preso le vie dell’acido, nella rabbia s’era annegata la nostra speranza e i nostri sogni erano diventati tutti rancorosi.
Oggi non importa se ero rosso o ero nero: so solo che c’ero, in quella generazione cui non bastava più essere armata di se stessa e della propria dirompente energia, e che per sentirsi più forte si armava di ferro, e di ferro e fuoco: nel mio gruppo miravamo alle ginocchia ma c’era già chi diceva di puntare più in alto.
Nulla è servito a nulla. Se in quegli anni me ne fossi rimasto rinchiuso in camera mia a spararmi seghe davanti allo specchio – l’esito, oggi, sarebbe uguale, l’equazione sarebbe comunque a risultato zero… salvo i dolori: quelli che abbiamo seminato e quelli a cui ci siamo condannati: una cifra esponenziale, incalcolabile, e quindi – per effetto transitorio – di valore altrettanto prossimo allo zero: anche quello, anche il dolore. Ma uno zero pieno di urla, questo, in confronto allo zero delle nostre battaglie: quel vuoto pneumatico, a chiusura stagna, “sotto vuoto spinto” come dicevano certe pubblicità di quegli anni.
Oggi la tivvù non ha più tempi e luoghi: scorre perenne dall’antenna satellitare, ventiquattr’ore su ventiquattro, da tutte le parti del mondo. Ma è sempre tempo di battaglie, ventiquattr’ore su ventiquattro, perché il cuore dei giovani è sempre pieno di sogni che tendono a scoppiare come fuochi d’artificio: sono solo le circostanze che possono tramutarli in bombe.
Mio figlio neanche la guarda questa tivvù: spara le sue battaglie virtuali su quel piccolo schermo che reinventa il mondo dei mondi, e le sue armi sono solo virtuali, anche se l’adrenalina che spende è reale. Forse è così che lui tiene sotto controllo la sua rabbia, o forse è così che la sua rabbia viene tenuta sotto controllo…
Gli animali del crepuscolo sono sempre quelli, anche se non vivo più in campagna: accendo la televisione che subito dopo il tramonto si popola sempre della stessa fauna crepuscolare di portaborse e servi di partito che dicono tutti le stesse cose allo stesso modo su tutti i canali, decantando i vestiti nuovi dell’imperatore che io invece vedo, realmente, nudo.
Da ragazzino, a volte, chiudevo il mio libro di avventure, spegnevo la luce, e nel buio aprivo la finestra per prendere di mira con la mia fionda quegli innocenti animali notturni che popolavano la campagna intorno a me… Oggi mi sento assediato. Non più parte di un mondo naturale popolato di animali furtivi… Oggi mi sento circondato da bestie che mordono fin dentro casa.
Dove ho messo la scatola? È in fondo all’armadio: ci sono ricordi dell’infanzia e della giovinezza: le figurine Panini, alcune pagine fra le migliori di biancheria intima del Catalogo Postalmarket, una scheggia di granata che mi ha regalato mio padre, una bomba a mano disarmata, una vecchia Beretta ancora funzionante con la sua scatoletta di cartucce e la fionda che mi sono fatto da solo con un pezzo di ramo.
Guardo ancora le falene accorrere ai fari delle telecamere accese intorno ai palazzi del potere, i loro sorrisi finti, la loro untuosa ipocrisia servile – e sono tentato di mettermi in tasca la Beretta: ho già indossato di nuovo il mio vecchio eskimo con gli alamari che non mi si abbottona più sulla pancia… Stasera voglio uscire in cerca di sogni antichi, e nuovi insieme, a fare un’esplosione di fuochi d’artificio per risvegliare dal torpore questo mio figlio che spara le sue battaglie virtuali e non è mai andato a votare.
Ma poi penso. Penso che se un’altra follia, oggi, mi sembra di nuovo necessaria, so anche, però, col senno di tutti i poi che mi pesano sul cuore, che nessuna follia vale la sua controparte: qualunque essa sia.
Rimetto nella scatola la Beretta e mi metto in tasca la fionda: se proprio devo finire anch’io su quel telegiornale sarà perché avrò rotto soltanto i vetri del palazzo del potere, le finestre di quelle stanze che, benché sempre illuminate, riversano su di noi un buio sempre più buio, attraverso lo sgradevole frastuono di queste nuove bestie del crepuscolo, portaborse e parassiti senza sangue nelle vene.
E riderò. Stavolta riderò. Scagliando sogni con la mia fionda: non cambierà nulla, ma forse riuscirò a distrarre mio figlio dal suo videogioco. E a pungerlo con un interrogativo.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati