
Frescobalda Palpavicini anche quella mattina s’era svegliata, come ormai da troppo tempo, già stanca. E anche quella mattina era come se avesse un rutto in gola, un affanno alla bocca dello stomaco come un tappo di bottiglia che non riusciva a tirar via più in nessun modo. Era stato per questo, ma certo anche per noia, che la notte prima aveva svogliatamente fatto un bocchino a suo marito, uno di quelli stile gola profonda, solo perché credeva, così facendo, di mandare giù quel tappo – mandando invece in visibilio il marito con quell’inattesa manifestazione d’affetto coniugale. In verità c’è da dire che Frescobalda non era mai stata affettuosa ma sempre estremamente educata, e suo marito, che non capiva i fondamenti dell’educazione, l’aveva sempre scambiata per affetto. Ma nonostante questo erano una coppia bene assortita in quanto ignoravano tutto l’una dell’altro.
Allungò una mano a suonare il campanello di cristallo di Bohemia che teneva accanto a sé sullo sfizioso comodino ricavato da un’acquasantiera di marmo rosso del ‘700 che conteneva nel bacile qualche chilata di oro che ormai non indossava più, il tutto sigillato da un pesante piano di cristallo sul quale appoggiava lo stretto indispensabile: il già detto campanello, un bottiglia da notte in argento cesellato che anziché acqua conteneva grappa, Tavor e Nutella, Cloralit e canditi alla violetta, un vecchio vibratore che teneva più per affetto che per reale necessità e una scatoletta di paté per cagnolini viziati come il suo carlino Carlino.
Al suono del campanello lo sentì subito sbuffare e raspare dietro la porta della stanza in attesa che quella sciagurata mortimpiedi della filippina arrivasse dietro di lui col vassoio della colazione. Appena quella ebbe solo schiuso l’uscio il cagnolino si catapultò dentro la stanza sballonzolando fin sul letto come una palla di lardo che rimbalzava all’insù sempre più in alto: dal tappeto al poggiapiedi, dalla seggiola alle coltri, sotto alle quali sembrava volersi infilare, ostinato e testardo, mentre Frescobalda lo ricacciava stancamente indietro con piccoli calci fiacchi e poco convinti.
“Filippina, levamelo subitosubito dalle palle che sennò oggi te lo faccio mangiar’alla soia con mandorl’e bambù a te e a quell’altro sfaticato di James!” e disse James con un perfetto accento inglese, flemmatico e sincopato, come una frenata morbida in coda alla frase lanciata in velocità; ma era piuttosto il suo vezzo, la sua cantilena, questo far fuoco come una mitraglia e finire le frasi sparate, ratatatatà, con uno sweeesh elegante e sofisticato, qualcosa che desse un segno preciso della sua volontà senza lasciare traccia apparente, come uno schiaffo dato con un guanto di seta o un proiettile sparato col silenziatore. Per dirla tutta: lei non voleva vedere il sangue mentre osservava la gente morire.
“Il suo latte, signola.”
“Di’, ce l’hai mess’un cucchiarino di miele?”
“Ieli sela lei mi ha detto un cucchialino e menzo…”
“Lo so. Volevo vedere se t’eri ricordata quello che t’ho detto.”
“Un cucchialino e menzo di miele di fioli di alancio…”
“E perché dici cucchialino e dici menzo?! – la filippina abbassando gli occhi arrossì. – Quand’imparerai a parlar’in italiano, quando?!”
La filippina oltre gli occhi abbassò il mento fino a toccarsi il petto e ancora più giù, quasi fosse lì lì per arrotolarsi su se stessa e scomparire dalla stanza rotolando via inseguita dal carlino Carlino che credendola una carlina avrebbe tentato di scoparsela lungo tutto il corridoio, come sempre del resto.
Carlino intanto era tornato realmente alla carica e cercava ancora una volta, sbuffando come un vecchio cocainomane dalle narici sfatte, di intrufolarsi sotto le coperte. Ma stavolta Frescobalda lo centrò con una bella vibratorata sulla schiena che lo appiattì all’istante come uno zerbinotto.
“Se non la finisci di far’il cretin cretino, giuro che mi compero un alter carlino e poi, dopo c’avrete fatt’amicizia, v’anneg’a tutt’e dua in piscina! e poi mi ci faccio due pantofoline di pelouche con la faccia di carlino da far’invidia invidietta a tutte le mie amiche!” Il canetto, sempre piatto in terra, la guardò coi suoi occhi un poco strabici e la lingua arrotolata sul naso a mo’ di punto interrogativo. “E dico da ver sul serio, sa’?”
“Sgrunf…”
“N’è carinìn, però?” disse poi, subito intenerita, ma rivolta alla filippina con un mezzo tono che non ammetteva smentite.
La filippina guardò il suo compagno di sventura e pensò che un altro cane, un cane normale che avesse beccato una padellata in faccia sarebbe venuto molto meglio di quella grassa e informe palla di pelo, ma disse solo il suo “Sissignola” contrattuale e con un mezzo inchino ciabattò via dalla stanza lasciando che quei due facessero pace a modo loro.
Solo un’ora più tardi Frescobalda Palpavicini fu rinvenuta morta, d’infarto, col carlino morto, soffocato con la testa fra le cosce della signora, strette nello spasimo della prematura quanto inattesa dipartita, mentre il Carlino stava leccando, come sempre, il suo paté, che la signora s’era spalmata sull’intimità.
Disgrazie che accadono anche nelle migliori famiglie.