storie senza limiti / camillo sanguedolce

18 luglio 2009

La lezione dello zio Gino su regole meccanismi e luoghi comuni dell’amore

 

680 parole, tempo di lettura 5 minuti circa

Le avevo sempre prese e lasciate per quello che erano: donne. Così m’aveva insegnato mio zio Gino che viveva in casa con noi e la nonna, sua madre e madre di mia madre. Finito il suo lavoro di postino si ripuliva e usciva per andare in città, a prenderle e lasciarle, come diceva lui, per quello che erano. E siccome non ne portò mai nessuna a casa restò un impenitente zitello di bell’aspetto fino ai cinquant’anni, quando morì travolto con la moto a un passaggio a livello incustodito.

Va da sé che io presi il suo posto, non come postino ma come sciupa femmine, e presi anche la sua camera coi mobili decò. In sostanza la lezione era stata questa: corteggiale, raccontagli un sacco di frottole che poi è quello che vogliono sentire, che a essere vero e sincero ci perdi sempre. Sono nate per essere prese in giro – non che siano tutte stupide, no, ma è che nelle cose di cuore hanno in mente solo favole a lieto fine, castelli, principi azzurri, ricchi banchetti, cuori trafitti e vissero tutti felici e contenti. Guai a dirgli che hai mal di schiena, meglio piantarle in asso: una bella frottola e un bacio sistemeranno tutto. E poi non ti rovinare coi regali: basta che luccica e sono contente, e se non luccica fallo luccicare tu con le parole, che le parole sono magiche e se le sai usare creano il mondo intero.

Così, ricco di questa lezione di vita, le avevo sempre prese e lasciate per quello che erano: donne. Ma ai miei tempi, le donne, non erano più quelle del suo tempo, o forse, più semplicemente, io non ero lui. Perché le frottole mi scoppiavano in faccia come petardi dalla miccia corta e le parole non riuscivano minimamente a far riluccicare i casini in cui sistematicamente m’invischiavo. Per cui, l’ultima volta, decisi di essere sincero: il mio ritardo aveva un perché, la mia ulcera aveva il suo perché e le parole, beh, affanculo le parole: non sono fatte solo per ingannare ma anche per raccontarsi e spiegare davvero.

Ma successe questo: che a spiegare davvero s’innescò un altro meccanismo di cui non avevo conoscenza, tutto femminile anche quello: la puntigliosità. Fastidiosa e spinta: Ma allora perché tu? perché mi dici questo? che cosa mi vuoi dire che non mi stai dicendo?… Confesso che uscii da quel fuoco di fila con la più grossa delle frottole che però spiegò ogni cosa e appianò ogni dubbio. Perché le donne, o le prendi o le lasci, vogliono solo certezze e mai dubbi.

Da allora, di nuovo, le prendo e le lascio per quello che sono: rompicoglioni. A prescindere dal fatto che siano donne. Perché come donne, oggi, hanno conquistato una forma di rispetto che prima era facoltativa. Come rompicoglioni, invece, sono un genere che ha esponenti in entrambi i sessi.

Proprio perché, come scoprii da certe lettere compromettenti che zio Gino aveva nascosto nel doppiofondo segreto del comò, lui la sera andava in città in cerca di uomini: era questo il segreto della sua vita, ma s’ingegnava a spacciare il suo libertinaggio per un altro… Io ora non so se i gay si prendono e si lasciano per quello che sono: gay, e basta sostituire “gay” con “donna” perché tutto combaci alla perfezione nella fantasia di un uomo confuso… Ma so che certe regole valgono solo per la propria vita e indottrinare un altro, un nipote, un ragazzino (con delle menzogne filtrate, peraltro) è una gran stronzata.

Così, oggi, io sono forse irrimediabilmente perduto, ma guarderò mio figlio crescere senza dirgli nulla sulle donne: ci sbatterà il muso e si farà da solo le sue regole. Ah sì, eh sì, ho un figlio. E una moglie: una che rispondeva alle mie frottole con altre frottole, tipo: “Sì certo!” al mio “Stai prendendo la pillola, vero?” Perché ci si trova anche per vie tortuose, sassose di errori e pregiudizi, e oggi ci continuiamo a mentire sapendo di mentire, lasciando nel silenzio degli sguardi le parole sincere…

 

Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati

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