
Sto impazzendo. Non so da quant’è che sto così ma sto impazzendo. Faccio sogni così veri che mi pare di essere sveglio e quando sono sveglio mi sembra un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. A tratti c’è pure questa cosa che mi s’annebbia la vista e non vedo più i contorni delle cose, e le cose mi cadono di mano, o non riesco ad afferrarle perché ho perso l’equilibrio e con l’equilibrio la percezione delle distanze: se allungo una mano urto, il bicchiere cade in frantumi, oppure non riesco ad afferrarlo perché in realtà non è lì dove sembra e dove io lo vedo…
Sto impazzendo. Non so da quant’è che non vado più a lavoro e ciondolo per casa, e la cosa peggiore è che Gianna mi evita e non mi rivolge più la parola… come se fosse colpa mia se sto così… e più, io, avrei bisogno di lei, più lei mi scansa e mi sfugge… So che stando così le rendo la vita difficile, e la esaspero… ma la sua indifferenza, ormai, arriva a rasentare la ferocia.
Sto impazzendo e non so perché. Non so cos’ho, come sia cominciato quest’inferno. Lei sta tutto il giorno fuori a lavorare, e io mi aggiro per la casa vuota come un’ombra, sempre in preda a questo malessere che non m’abbandona… e a volte, se chiudo gli occhi, mi sembra quasi di fluttuare… come se le dita, prima, e le braccia, poi, mi s’allungassero nell’aria come elastici molli, senza tensione, ad afferrare il nulla che ormai mi circonda, in questa malattia senza dolore e senza ragione.
So di essere stato un pessimo marito… ma adesso questa sua fredda indifferenza alla mia sofferenza non è umana. Errare è umano… e già da tempo dormivo nella camera degli ospiti ma mai avrei pensato che lei potesse spingersi al punto di restare così, inerte, capace di fingere indifferenza assoluta anche quando provo a stendermi accanto a lei su quello che una volta era il nostro letto… E se le parlo continua a tacere ostinata, con quell’espressione cupa, tutta chiusa in se stessa, che si vede che si sforza di mostrarmi tutto il suo disprezzo: non immaginavo che lei potesse arrivare a questo, a questa durezza fatta di un solo blocco di granito, lei, così remissiva e paziente, lei…
Lei che sembra fatta di pietra anche lei: se la sfioro non mi dà nemmeno la soddisfazione di scacciarmi come una mosca fastidiosa, e se la tocco… mi è capitato di allungare una delle mie mani pazze per scuoterla dal suo coma emozionale, ma lei non era là, era distante… e per quanto io allungassi la mia mano come un elastico lento era come se sulla sua spalla io sbattessi contro un muro, a picchiare, a bussare, sordo: mi basta un momento come questo per capire la misura della mia percezione alterata e della mia follia.
Fino a ieri notte, quando finalmente sono riuscito a farle urlare: “Basta! Adesso basta! Devi andartene! Devi sparire! Devi uscire dalla mia vita per sempre!… – e poi ha aggiunto, con un filo di voce infuocato – …Maledetto!”. Non mi sono mai sentito così male, così umiliato… ma allo stesso tempo ero quasi alleviato dalla sua risposta che rompeva quel lungo silenzio: perché essere maledetto è sempre meglio che non esistere.
Quanto devo averla fatta soffrire… Ma non è servito che la supplicassi di essere ancora paziente, di aiutarmi a uscire da questa malattia, di aiutarmi a spiegare questa mia follia… L’avrei lasciata in pace, davvero, se solo mi avesse aiutato a capire come ero arrivato a tutto questo… Lei è solo scoppiata a piangere, disperatamente, e sapevo che non mi ascoltava più, di nuovo, perché aveva cominciato a pregare il Padre Nostro, come faceva tutte le volte che litigavamo… perché io rientravo tardi la sera, avendo bevuto un po’ troppo, alle volte… qualche volta esagerando con qualche ceffone… Era che mi esasperava, lei con le sue domande idiote, lei coi suoi stupidi paternostro, con le sue lacrime facili e le sue recriminazioni continue…
Ma adesso che me la sta facendo scontare, tutta, finalmente comincio a intuire che cosa significa non significare niente, non essere ascoltati, né considerati, e anzi umiliati, evitati come la peste… Se non fosse per questa cosa che mi ha preso, questa pazzia con la quale non riesco a esprimermi… e con la quale lei, pur tuttavia, convive da giorni e giorni e… da quanti giorni? Da quant’è che sto impazzendo?
E ora? sarà per la sua sfuriata di ieri notte?… Oggi ha fatto venire quest’amica che io non ho mai visto, che sulla soglia l’abbraccia mentre lei scoppia in lacrime… e le dice solo: “Aiutami… diglielo tu che se ne deve andare per sempre, che deve lasciarmi in pace… che deve lasciarmi vivere la mia vita…”
È a quel punto che l’amica cerca il mio sguardo, diretta e con occhi di fuoco, mentre le dice: “Diglielo tu stessa, ti sta ascoltando!”.
“No… non mi ascolta… non mi ha mai ascoltato… e se ora mi sente, mi sente ma non mi ascolta…”.
Allora l’amica sconosciuta conduce mia moglie a sedersi al tavolo del soggiorno, e lei si siede di fronte. Le prende le mani fra le mani attraverso il tavolo vuoto, un vuoto la cui consistenza mi dà una vertigine, e insieme chiudono gli occhi, mia moglie a piangere e la sua amica a bisbigliare qualcosa fra sé e sé che solo lei poteva sentire… Mi avvicino, curioso, pauroso del vuoto fra le loro braccia, come se potessi cadervi dentro, mi avvicino cauto, con la testa che mi stava fluttuando, per ascoltare meglio, e capire – e quella, all’improvviso urla:
“Spirito! Se sei ancora qui batti un colpo!”.
Quell’urlo mi fa sobbalzare e cado sulla sedia accanto che si rovescia all’indietro schiantandosi a terra. Entrambe aprono gli occhi, raggelate, e insieme cominciano a recitare il Requiem Aeternam… e finalmente capisco: capisco di non aver capito la mia follia, la follia della mia vita che non c’è più.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati