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Non era mai entrato in un teatro e la tentazione era forte: perché non approfittare di quel biglietto per una poltronissima in un teatro del West End? Ma Sticky era solo uno stupido scippatore e non pensava certo alle conseguenze della sua fuga di sogno nel bel mondo dell’arte. Sta di fatto che si vestì come meglio poteva e si accomodò per vedere questa cosa di un autore italiano che si intitolava “I due gemelli veneziani”.
Le brontosaure sedute accanto a lui lo guardarono subito malissimo ma chissenefrega e lo spettacolo cominciò. E quale non fu la sua enorme sorpresa nel vedere sulla scena un altro se stesso che interpretava entrambi i gemelli della commedia, l’uno scemo l’altro intelligente!… Si ricordò allora che all’orfanotrofio da dove l’avevano buttato fuori a calci in culo, gli avevano detto che aveva un fratello gemello che era stato adottato da piccino perché buono e gentile, al contrario di lui che era una peste, e vaffanculo. Così, stasera, per puro caso, aveva visto il suo gemello recitare la parte di due gemelli: che scherzo del destino!…
Finito lo spettacolo sarebbe corso a trovarlo in camerino per buttargli le braccia al collo, e magari chiedergli un aiutino. E così fu: grandi baci e abbracci, commozione reciproca, promessa di non perdersi più di vista e l’impegno dell’attore a trovargli a lui, a Sticky, un lavoro come tecnico nella compagnia: non era esattamente l’aiutino che Sticky aveva in mente ma era meglio di un cazzotto in faccia. Intanto stasera gli scroccava la cena, al fratellino ritrovato. Ma appena usciti dal retro del teatro uno sparo nella notte gli ammazzò il gemello, che cadde stecchito ai suoi piedi.
Che era successo? Era successo che Sticky era andato a teatro col biglietto trovato nella borsetta che aveva scippato quella mattina a una vecchia messimpiegasaura, che era la mamma di un mafioso T-Rex italiano pieno di ristoranti nella City; e le di lei amiche stronzosaure, a teatro, vedendolo scodellato nella poltronissima dell’assente, le avevano subito telefonato, allarmatissime, così che la vecchia aveva subitissimo avvisato il figlio che a sua volta aveva subitissimissimo mandato uno scagnozzo a concludere, “tu sai come”, la serata del piccolo stupido scippatore “pezzo di merda” (in italiano, nella telefonata).
Così, alla fine di questa storia pasticciata, Sticky aveva inconsapevolmente – per interposte persone e accidentali eventi – compiuto l’opera che aveva tentato di realizzare trent’anni prima, al momento della loro nascita, quando uscendo dall’utero materno aveva tentato di strozzare col suo cordone ombelicale il suo ignaro pacifico gemello.
Ma si sa che la vita è un teatro dove si recita lo stesso ruolo fino alla fine dei giorni, e Sticky la peste aveva strillato e fatto a pugni e sgomitato e imprecato per tutta la vita finché il Grande Regista, o il Fato, o chi per esso, non l’aveva riportato liscio liscio davanti alla sua prima e vera e unica vittima.
Ma mentre trent’anni prima la scena del delitto era posta all’uscita principale, fra le cosce di sua madre, stavolta, dopo trent’anni di reiterati errori e fallimentari tentativi, gli era stata riservata l’uscita degli artisti, ovvero quella sul retro.
Sticky non seppe mai nulla di cos’era successo, e qual era il suo triste destino, ma allontanandosi nella nebbia che saliva gli frullava in testa un solo, depressivo, pensiero: “Che vita di merda”.
Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati
