storie senza limiti / camillo sanguedolce

29 marzo 2012

L’inferno di non voler capire

Filed under: L'inferno di non voler capire — camillosanguedolce @ 18.50

Sto impazzendo.

Non so da quant’è che sto così ma, davvero, sto impazzendo.

Sogno. E faccio sogni così veri che nel sogno mi pare di essere sveglio mentre quando sono sveglio mi sembra di essere in un incubo dal quale non riesco più a svegliarmi.

Poi, a momenti, c’è pure questa cosa che mi gira la testa e mi s’annebbia la vista e non vedo più i contorni delle cose… e le cose mi cadono di mano, o non riesco ad afferrarle perché ho perso l’equilibrio… e con l’equilibrio perdo come la percezione dello spazio e delle distanze: così se allungo una mano – urto, il bicchiere cade in frantumi… oppure non riesco ad afferrarlo perché in realtà non è lì dove sembra o dove io lo vedo… un inferno.

Sto impazzendo.

Non so da quant’è che non vado più a lavoro e ciondolo per casa… e la cosa peggiore è che lei mi evita e non mi rivolge più la parola… come se fosse colpa mia se sto così… e più, io, invece, avrei bisogno di lei, più lei mi scansa e mi sfugge… Lo so, io lo so che stando così come sto le rendo la vita difficile, e la esaspero… ma la sua indifferenza, ormai, arriva a rasentare la ferocia.

Sto impazzendo e non so perché. Non so che cosa ho, come mi sia preso, come sia cominciato quest’inferno.

Lei sta tutto il giorno fuori a lavorare… e io mi aggiro per la casa vuota come un’ombra, sempre in preda a questo malessere che non m’abbandona… e a volte, se chiudo gli occhi e mi lascio andare… mi sembra quasi di fluttuare, davvero, come se le dita, prima, e le braccia, poi, mi si allungassero nell’aria come elastici molli… ad afferrare il nulla che ormai mi circonda… avvolto in questa specie di malattia senza dolore e senza ragione.

Sto impazzendo.

So di essere stato un pessimo marito… ma adesso… adesso questa… questa sua fredda – fredda davvero – fredda indifferenza… indifferenza alla mia angoscia… no, non è umana.

Errare è umano, si dice, no?… E già da tempo io dormivo nella cameretta degli ospiti ma mai avrei pensato che lei potesse spingersi al punto di comportarsi così, restarsene… come dire? inerte… capace di fingere una indifferenza assoluta anche quando provo a stendermi accanto a lei su quello che una volta era il nostro letto… E se le parlo continua a tacere, ostinata, con quell’espressione cupa, tutta chiusa in se stessa, che si vede che si sforza di mostrarmi tutto il suo disprezzo: non immaginavo che lei – lei così dolce, lei così comprensiva… lei, una volta… – potesse arrivare, ora, a questo, a questa durezza fatta come di un solo blocco, come granito, lei, così remissiva e paziente, lei… una volta, lei.

Lei che ora sembra fatta di pietra anche lei: se la sfioro non mi dà nemmeno la soddisfazione di scacciarmi come una mosca fastidiosa, e se la tocco… – oddio, io sto impazzendo ma lei mi sta aiutando ad impazzire!

Mi è capitato, una volta, di allungare una delle mie mani molli e pazze per scuoterla dalla sua indifferenza… ma lei non era là, era distante… e per quanto io allungassi la mia mano come un elastico lento era come se sulla sua spalla io sbattessi invece contro un muro, a picchiare, a bussare, sordo: mi basta un momento come questo per capire la misura della mia follia.

Fino a ieri notte, quando finalmente sono riuscito a farle urlare: Basta! Adesso basta! Devi andartene!, ha urlato, Devi sparire! Devi uscire dalla mia vita per sempre!… mi ha detto. E poi ha aggiunto, con un filo di voce infuocato: Maledetto!… Non mi sono mai sentito così male, così umiliato… ma allo stesso tempo ero… ero quasi alleviato dalla sua risposta che rompeva quel suo lunghissimo silenzio: perché alla fine essere maledetto è sempre meglio che non esistere.

Quanto devo averla fatta soffrire…

Ma non è servito che la supplicassi di essere ancora paziente, ancora per un po’, di aiutarmi a uscire da questa mia malattia, di aiutarmi a spiegare a lei e al mondo questa mia follia… L’avrei lasciata in pace, poi, davvero, se solo mi avesse aiutato a capire come ero potuto arrivare a tutto questo… Lei è solo scoppiata a piangere, disperatamente, e sapevo che non mi ascoltava più, di nuovo, perché aveva cominciato a pregare il Padre Nostro, come faceva tutte le volte che litigavamo… perché io rientravo tardi la sera, che avevo bevuto un po’ troppo, alle volte… e qualche volta ho esagerato con qualche ceffone… Era che mi esasperava, lei con le sue domande idiote, lei coi suoi stupidi paternostro, con le sue lacrime facili e le sue recriminazioni continue…

Ma adesso che me la sta facendo scontare, tutta, e finalmente comincio a intuire che cosa significa non significare niente, non essere ascoltati, né considerati, e anzi umiliati, e infine evitati come la peste… Se non fosse per questa cosa che mi ha preso, questa pazzia con la quale io non riesco a esprimermi… e con la quale lei, nonostante tutto, lei convive da giorni e giorni e… da quanti giorni? quanti giorni sono? da quant’è che sto impazzendo?

E ora? sarà per la sua sfuriata di ieri notte?… ammesso che sia stato ieri… Oggi ha fatto venire quest’amica che io non ho mai visto, una donna strana, che sulla soglia la abbraccia mentre lei scoppia in lacrime e le dice solo: Aiutami… diglielo tu che se ne deve andare per sempre, che deve lasciarmi in pace… che deve lasciarmi vivere la mia vita…

È a quel punto che l’amica cerca il mio sguardo, diretta, e con occhi di fuoco mi guarda negli occhi, e le dice: Diglielo tu stessa, lui ti sta ascoltando!

No… non mi ascolta, fa lei… non mi ha mai ascoltato… finge di ascoltarmi ma non mi ascolta mai… e se ora mi sente, mi sente ma non mi ascolta…

Allora l’amica sconosciuta conduce mia moglie a sedersi al tavolo del soggiorno, e le si siede di fronte. Le prende le mani fra le mani attraverso il tavolo vuoto… un vuoto la cui vuota consistenza sembra allargarsi a dismisura e che mi dà un brivido e una vertigine… e insieme, loro due, chiudono gli occhi, come se avvertissero quello stesso vuoto… lei, mia moglie a piangere, e la sua strana amica a bisbigliare qualcosa fra sé e sé che solo lei poteva sentire… Mi avvicino, curioso, pauroso del vuoto che s’allarga fra le loro braccia… come se potessi cadervi dentro… mi avvicino cauto, con la mia testa folle che mi stava come fluttuando… per ascoltare meglio, e capire – e quella, all’improvviso urla:

Spirito! Se sei ancora qui batti un colpo!

Quell’urlo mi fa saltare e cado sulla sedia accanto che si rovescia all’indietro schiantandosi a terra, vuota. Entrambe aprono gli occhi, raggelate, e insieme cominciano a recitare il Requiem Aeternam… e finalmente capisco: capisco di non aver capito la mia follia… La follia della mia vita che non c’è più.

Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati

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