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	<title>storie senza limiti / camillo sanguedolce</title>
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	<description>basta un attimo per superare un limite, in quell&#039;attimo finisce una storia e comincia un&#039;altra vita</description>
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		<title>Vittorio e il Mare</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 09:59:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[5 - storie / diario]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio e il Mare]]></category>

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		<description><![CDATA[Non me lo ricordo quant’anni ci’avevo, può darsi sette come può dirsi pure dieci. E mè soror che ce n’ha tre e menzo chiù di mia sarà stata appen’appena signorinella o ci stava arrivando giust’allor’allora. Il fatto è, da vero, che non eravamo mai, e dico mai, stati al mare. Ora, per dei carusi nati [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=462&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_463" class="wp-caption aligncenter" style="width: 507px"><img class="size-medium wp-image-463" title="respiro" src="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2011/09/respiro.jpg?w=497&#038;h=407" alt="" width="497" height="407" /><p class="wp-caption-text">L&#039;immagine è tratta dal film &quot;Respiro&quot; di Emanuele Crialese</p></div>
<p>Non me lo ricordo quant’anni ci’avevo, può darsi sette come può dirsi pure dieci. E mè soror che ce n’ha tre e menzo chiù di mia sarà stata appen’appena signorinella o ci stava arrivando giust’allor’allora. Il fatto è, da vero, che non eravamo mai, e dico mai, stati al mare.</p>
<p>Ora, per dei carusi nati e cresciuti e pasciuti in una cità come a Catania questa è cosa dell’altro mondo. Perché a Catania, che sembra sciddicata giù dalla Montagna proprio in braccio al mare, la marina è cosa naturale, sempre lì a portata di mano e dov’unque ti giri e ti firrij c’è mare di scogli e mare di rena: una varietà di gran lusso. Chiaro che alla Playa, la spiaggia di sabbia come ce l’hanno insegnata a chiamare gli Spagnoli, ci andavano principalmente le famiglie, alle spiagge libere come ai Lidi, che a Catania chiamiamo Lidi gli stabilimenti con le cabine di legno: Lidi che a noi, allora, ci parevano cose da ricchi, e forse da vero lo erano in un certo qual modo. Mentre alla scogliera, che a est si era formata con la lava sdivacata dalla Montagna nei tempi dei tempi, ci andavano per il più pescatori solitarij, i quali li vedevi sempre, ‘state e ‘nverno, aggattati con le loro canne in pizzo agli sdirupi a strapiombo sul mare; e per il più ci andavano macari carusazzi spizzati, bande di cani scio’ti che con la littorina calavano dai paesi dell’interno: Belpasso, Nicolosi, Paternò, Biancavilla…; o se nunca cataniseddi stritti che con i primi tepori si caliàvano la scola per andare al mare.</p>
<p>C’è da dire che nostra mater ci aveva cresciuto nel terrore dell’uni e dell’altri, a’mmia per lo meno, che a mè soru non lo so, dato che sicuramente ci impartiva nozioni e terrori diversi dàtisi i diversi sessi e la differente età. Così io sapevo, per me, che non si jocava in strata, che non si dava confirenza agli scanosciuti e assolutamente mai, a poi, le parolazze. ‘Ccussì m’imparai a taliare con manifesto terrore ma secreta invidia quei carusazzi scavaddati e sensa controllo che a’mmenzo alle strate tiravano quattro càuci a un pallone menzo floscio: già il fatto che con le cartelle e coi libri tutt’ansèmi alle giacche e alle birritte facevano du’ munzeddi ‘n terra per segnare i lati delle porte, era cosa che mi allarmava assai. Perché io quann’ero picciriddo, picciridditto ancora chiù nico intendo, quando la mamma ci portava dalle zie io non volevo jocare coi cuginetti per non sporcarmi e né manco sgualcirmi e facevo l’angileddo di pastareale che era la ‘nvidia delle zie e l’orgoglio della mamma, quell’orgoglio di mamma che avevo imparato a suscitare e nel quale per molto tempo ancora avrei continuato a riconoscermi e a conformarmi… E i carusazzi per la strata, quando li vedevo che cominciavano a liticare, che si acchiappavano a male palore, e che si ammuttàvano e si tiravano pigliandosi pure a càuci e a timpulate, ringraziavo gesùbbambino e mia matre che non mi avevano fatto di quella mala pasta, epperò finii col diventare un’orgogliosa mammoletta: la lingua non ha ossa e rompe lo ossa, m’avevano ‘nsegnato, e così m’ero fatto portatore di parole taglienti, che probabilente c’ero pure portato di mio, con i cui sofismi evitavo sempre la disputa manesca, anche quando sarebbe stata non solo necessaria ma pure sacrosanta, specialmente negli anni appresso dell’adolescenza.</p>
<p>Quei carusazzi, ovviamente, caliàndosi la scola non ci’avevano neanche il costume e si facevano il bagno con le mutandine, che all’epoca erano uguali per tutti, quelle bianche a costine, con quella scomoda apertura davanti che nessuno usava per tirarsi fuori la ciolla dato che il taglio era sempre o troppo in alto o troppo in basso. Solo una volta, m’arricordo, che mi capitò di avere un paio di mutandine con lo spacco all’altezza giusta, ci’avevo il pipo che mi nisceva sempre di fuori a shtricari con l’interno dei pantaloncini, che all’epoca mia matre mi faceva indossare esclusivamente pantaloncini corti, all’inglese diceva lei, al ginocchio, ‘state e ‘nverno, fino a quando non fui troppo alto e parevo riddìcolo assai. Ma tornando all’altri: accapitava, alle prime calure primaverili, che s’andavano a fare i primi tuffi, d’aprile o pure di marzo, e datosi che i costumi non ce l’avevano alle volte se le levavano proprio, le mutandine, per non bagnarle d’acqua di mare, o dopo, per farle asciugare stese su uno scoglio, e se ne stavano con le ciolle all’aria con l’aria di addivertirsi da vero assai assai, vociando con quegli accenti di dialetto che li faceva arriconoscere subbito, acciàna a ‘ccà!, davieeeru?, talè talè!, paisani zampirri, mentre io mi maceravo il fegato per tutte le regole che stavano allegramente infrangendo, viddani zzaùrdi. Senza capire che in realtà la mia era tutta ‘mmìria, gelosa invidia.</p>
<p>Questi però sono tutti frammenti di ricordi messi insieme in tempi diversi, anche tempi assai successivi. Di visioni fugaci e frammentarie di quando qualche vota, andando a trovare sua matre, la nonna Giuseppina che abitava alla Guardia, nostra matre eccezionalmente ci faceva fare il giro largo entrando a San Giovanni Li Cuti, fermandoci a bere l’acqua della fontanella che ai suoi tempi non c’era e non c’era manco il porticciolo chiuso da quel molo frangiflutti; o addirittura arrivavamo con l’autobus fino al capolinea all’Ògnina per poi tornare arreri, a quell’Ògnina dove alle volte c’erano i pescatori di lampara che nella matinata si vendevano le cascette di pesce e le cartate di màuru col limone, caddusu e sapuritu di mari pulitu, alghe commestibili che oggi non esistono più. E da lì partivano i suoi ricordi come oggi i miei, e se nei miei c’è u màuru che non c’è cchiù, nei suoi chi sa che c’era che non sapremo mai: scavallò la Guerra ancora picciridda, la stessa età che ci’avevo io all’epoca che dico, e con qualche sua amica che lei diceva compagna, o con Carmelina, la sua sorella di poco maggiore d’età ma un poco minore di sensi, arrivavano fino a San Giovanni Li Cuti e con tutte le sottanine si facevano il bagno lassotto, fra i primi scogli scivolosi di lippo. Pure loro un poco carusazze scavaddate e senza controllo… ma quelli erano altri tempi, e col senno di poi, della guerra che avrebbe sparigliato morti e vivi, meno male che si sono rubate quelle mattinate spensierate per potercele raccontare, a poi, dato che poi da raccontare ci’avrebbero avuto solo le privazioni e lo scanto.</p>
<p>Non so se fu per questi suoi ricordi che ci andava contando o per un nostro personale desiderio o naturale necessità, fatto sta che cominciammo a domandare, jù e mè soru, di andare al mare. Andarci come ci andavano tutti, per stare là coi costumi da bagno e le tovaglie grandi, spogliandoci e bagnandoci. Ma nostro pater non voleva, e questo è il mistero: diceva no e basta. Un no tranquillo e senza isare la voce, un no fermo che non acconsentiva repliche. Noi camurriavàmo alla mamma, che certo lo sapeva che suo marito non voleva, e certo sapeva pure perché, ma noi non l’abbiamo mai saputo: a quell’età volevamo andare al mare e non c’interessava domandare il perché, perché a mare no. Così, ora che affiorano certi ricordi e fioriscono questi perché non c’è più nessuno che possa rispondere: certo non lui che se n’andò non molti anni dopo, e non più nostra madre che ormai ricorda cartoline fatte a coriandoli, per la quale ieri o il meseaddietro hanno lo stesso spessore di cartavelina, e domani o chissàquando sono la medesima incognita.</p>
<p>Vittorio alla fine disse di sì, perché anche Rosa desiderava il mare e di notte sapeva come farsi dire sempre sì. E ci portò in una caletta appartata sulla scogliera che chissà se lui c’era mai sceso a farsi il bagno quand’era caruso, dàtosi che anche lui ci’aveva di sicuro i suoi ricordi di cui nulla sapevamo e nulla avremmo saputo mai più. Dal nulla erano spuntati anche dei costumi, dato che noi ovviamente non ce l’avevamo mai avuti i costumi, e né nostro patre ce l’avrebbe mai comprati per una sola volta, o forse due, datosi pure che col suo negozio di pelletterie in via Umberto 180 andava avanti a stento per procurarsi solo il necessario quotidiano. Probabilmente quei costumi nostra matre li aveva avuti di seconda mano da una zia, o di seconda mano presi alla fiera sulle bancarelle della roba americana.</p>
<p>Non mi meravigliai nel vedere che lui sapeva nuotare, fare un tuffo e con poche bracciate allontanarsi in mare aperto: a quell’età è normale sapere che un patre sa fare tutto. La mamma però non sapeva natare, che con i suoi bagnetti in sottanina non s’era mai allontanata dagli scogli e noi, io e mia sorella, che era la prima volta che ci bagnavamo i piedi nel mare, facevamo voci e gettavamo schigghie sia di gioia che di scanto per l’acqua fredda e per l’impressione che ci faceva il lippo sotto i piedi. Non so se fu proprio quella primissima volta, o pure la seconda, che io ovviamente sciddicai abboccando in avanti e spaccandomi il varvarotto, il mento, con grande scanto della mamma e del papà che incominciò a imprecare la Madonna e Sant’Áita. Ma io mi ricordo, o forse mi voglio arricordare indorando il ricordo, che pure con tutto quel sangue che mi nisceva a flotti e le voci di pianto, io mi sentivo però in mani sicure e sapevo che le cure naturali e immediate che mi stavano prestando sarebbero state efficaci: mè patri scippò subbito una manata di alghe dallo scoglio e me la premette sulla firita, cangiando continuamente il fragile impacco fino a che il sangue non si stagghiò. Ovviamente mi rimase lo scanto, il rammarico per la certezza che non saremmo più andati al mare, e la mia cicatrice sul mento, un taglio che all’ospedale sarebbe valso da tre a cinque punti.</p>
<p>Ero certo dell’efficacia di quelle cure naturali perché quando ci’avevo tre anni, jocando a saltare sulla rete del letto della nonna Minichedda, cascai fuori dal letto a faccia all’ingiù a infilzarmi il battesimo sullo spigolo dello zoccolo della credenza. Anche allora voci e grida, mie e loro, schigghia e urla, grandissima botta di scanto e santissimi tirati giù con bestemmie a levapelo, che c’era pure il nonno allora, gran bestemmiatore, ma la mia memoria è ancora più confusa data la troppo fresca età: mi ricordo solo che poi me n’andavo in giro paperiandomi tutto contento perché ci’avevo gli occhi cerchiati di nero, e la fronte bendata che odorava d’agrodolce, dato che la nonna, immediatamente e con grandissimo sangue freddo, mi aveva stagghiato l’emorragia e poi continuato a curare con impacchi di zucchero e aceto caldo, e quella che dall’ospedale sarebbe uscita come una “cartina da ricamo”, parole di mia matre, fu poi per me un segno di distinzione: un perfetto triangolo in fronte, un segno magico, un marchio di vita che era la stampa precisa dello spigolo, una cosa di cui parlare negli anni con divertito orgoglio, a ricordare quanto fossi stato un picciriddo vivace (mentre intanto crescevo pacchiotto) e quanto brava e capace fosse stata la nonna Minichedda a curarmi il buco in fronte senza farmi portare all’ospedale, che altrimenti oggi ci’avrei avuta arriccamata in fronte una “cartina geografica”, altre parole di mia matre. E mi sembrano appartenere alla preistoria sti ricordi e quelle cure empiriche dato che io stesso, oggi, pur con tutta quest’esperienzia personale e diretta, se mi accapitasse di avere fra le braccia un piciriddo di tre anni con un buco in fronte io per primo correrei allo spitale a sirene spiecate, a chiedere radiografie e tac e punti di sutura a tinchitè.</p>
<p>Ma ora torniamo al mare, dàtosi che negli anni successivi ovviamente ci tornammo, al mare, rigorosamente la domenica, e manco tutte le domeniche però, che in tutta una ‘state ci saremmo andati sì e no tre o quattro volte. Una domenica m’arricordo che, da vero in via del tutto eccezionale, venni affidato a una nipote di papà, alla zia Cetti, che benché cugina chiamavo e chiamo zia perché coetanea di mia matre di cui era divenuta ed è a tutt’oggi cara amica: dal lato paterno erano tutti più grandi assai dato che mio patre sopravanzava a mia madre di sedicianni. Non so dove fosse mia sorella quel giorno, se dislocata presso una zia materna oppure a casa con loro: altro mistero. Con la zia Cetti e la sua numerosa famiglia per la prima volta io misi piede in un Lido: questo era sulla scogliera, e vi s’affittava una cabina per l’intera stagione oppure si trasiva col biglietto giornaliero, e le cabine di legno erano montate un’appress’all’altra su grandi pedane a palafitta che per il passìo continuo rimbombavano come colpi di legno in testa. Non m’arricordo se c’era lo zio Mario, il marito della zia Cetti, o se c’era Catiuscia o Catuccia o Agatuccia, la loro figlia piccola più o meno della mia età, benché probabilmente ci fossero tutti: Enzo, il loro unico maschio già giovanotto che mi faceva un poco di paura perché s’atteggiava a fare lo spacchioso, e Lucia la figlia di mezzo. Ma io mi ricordo solo della grande, Cetti come la madre, Cettina o Cettineddi a seconda del vezzeggiativo giornalmente in uso, e soprattutto del suo zito futuro marito Natale del quale non mi dimenticherò mai la timpulata o janghata o schiaffone. Perché io ovviamente non sapevo natare ma vedendo che tutti s’abbijàvano allegramenti dalla palafitta nel mare già fondo, e che annacando le brazza stavano facilmente a galla, non seppi arresistere e m’abbijài macari jù: che sensazione di meraviglioso terrore. Pochi fotogrammi impressi nella memoria per sempre. Sopra di me, nell’acqua, le gambe di quelli che galleggiavano, in controluce, e la jamma di una fìmmina alla quale m’appigghiai per risalire, annaspando e vevendo acqua. Ovviamente quella fu la prima e l’ultima vota che andai al mare da solo coi parenti.</p>
<p>N’altra volta, n’altro ricordo: èramo sul tratto di scogliera proprio sotto a piazza Europa, eccezionalmente in un tratto di mare a’mmenzo a tant’altra gente. Era una della ultime volte che andavamo al mare tutti insieme: mia sorella si sarebbe azzitata e io qualche volta sarei andato al mare con loro due, gli ziti, ai Lidi piantati sulla sabbia della Playa, sabbia che a principio mi divertiva ma che a poi mi stuffò subbito dato che s’inficcava da tutt’e parti: il mio primo amore rimane ciò a cui lui ci ha iniziato, il limpido mare di scoglio. Non molto tempo appresso papà sarebbe morto e io sarei tornato al mare solo per guardarlo da lontano e dall’alto degli strapiombi della scogliera, in anni di assoluta solitudine, di grandi letture e prime scritture: è di quel periodo il mio primo racconto che riuscii a pubblicare sul settimanale “Bella” come finta “vicenda vissuta” dato che raccontava in prima persona di un ragazzo della mia età che, proprio su quella scogliera, tentava di salvare una ragazza di poco più grande da un suicidio per amore. Poi, scritto quel racconto, io che nulla sapevo dell’amore ma che tutto sapevo sui pensieri di suicidio, scesi piano piano dalla scogliera a bagnarmi di nuovo i piedi nel mare e a vent’anni, e da solo, imparai a nuotare tuffandomi nell’acqua alta e, mi concedo questo luogo comune, nella vita.</p>
<p>Quella volta a’mmenzo alla gente me lo ricordo rilassato e sorridente, per nulla sfastidiato dagli altri. Mia matre era sempre contenta dato che a lei ci piaceva il mare e dàtosi che ci piaceva scambiare quattro chiacchiere con le signore sugli scogli accanto. Lui come sempre si faceva la sua energica natata mentre noi èramo contenti di starcene nell’acqua vascia appojati agli scogli, e oramai sapèvamu unni mèttiri i peri per non sciddicare sul lippo o per non spinarci con qualche rizzo, e ci vagnavamo càuti come nella vasca d’abbagno dato che abbastavano due o tre scogli verso fuori per essere subito nell’acqua alta della quale continuavamo a non fidarci. Quando papà arritornò fu il turno della mamma di concedersi le sue abluzioni e nel mentre che ce ne stavamo sdillassati al sole all’improvviso visti la testa della mamma in mezzo al mare, lontana forse na vintina di metri, che ci vociàva qualcosa di cui arrivava solo l’eco mentre con una mano che a tratti alzava fuori dall’acqua sembrava salutarci: stava annegando. Lo dissi subito a papà: La mamma sta annijando! chiede aiuto! E lui si sollevò a taliare, sempre stranamente rilassato e sorridente: Ma no, disse arricambiandole il saluto con la mano, ci sta salutando! Solo dopo qualche istante comprese la gravità della cosa, quando altri che erano già in acqua accorsero in aiuto della mamma e lui si rituffò per ripescarla.</p>
<p>Anche questo è un mistero: una giovane fìmmina che non ha mai saputo annatare, e che non è mai stata avventata, che si arritrova quasi ad annegare nell’acqua alta. Ricordo ancora La sua faccia spaurita, i suoi capelli sempre corti ‘mpiccicati alla testa, il respiro ansimante – e allo stesso tempo una luce negli occhi per ciò che non avrebbe mai saputo spiecare ma che io sapevo, io che uno o due o tre anni prima avevo fatto un tuffo e avevo visto le jamme della gente che pedalavano nell’acqua sopra di me. Lei probabilmente, nell’entusiasmo della piacevole jornata che le aveva anche regalato un marito sorridente, e chissà che non avevevano fatto l’amore quella notte, aveva provato a fare poche bracciate incontro all’orizzonte che quel giorno le sarà parso vicinissimo, nuotando naturalmente, salvo poi arricordarsi che non sapeva natare. Ci abbiamo riso sopra per giorni: lei che chiedeva “aiuto” e lui che le ricambiava il “saluto”. E chiudo la giornata arricordando che quel giorno fu tanto speciale da arregalarmi un’altra scena divertente: una signora che nisceva dall’acqua, piegata in avanti ad aiutarsi con le mani appoggiate sugli scogli, s’era talmente piegata in avanti o ce l’aveva talmente grosse, che le minne le uscirono da sopra il reggipetto del costume intero; fu un attimo e lei non si scompose: se le guardò, e così com’era con le mani appoggiate in avanti, diede un colpo di spalle all’indietro e se le rinsaccò nel reggipetto come se non fosse mai successo niente. Erano le prime minne che vedevo dal vivo e sarà per quello che donne con le minne grosse m’ànno sempre fatto simpatia, quelle naturali però aggiungo oggi.</p>
<p>Oggi. Oggi sono certo che fosse mia madre a convincere con grande fatica il nostro riluttante padre a concederci le domeniche al mare che per noi erano sempre un premio ed un evento. Mi restano di lui frammentarie impressioni di un uomo chiuso, riluttante appunto, restio a concedersi come a concedere, per il quale anche il pensiero di dovere affrontare una giornata semplicemente spensierata sarà forse stato un insopportabile fardello. Un uomo che poco aveva goduto, fuggito e sfuggito alla Campagna di Russia dove si spèrsero molti suoi coetanei e conoscenti, riparato in un casolare in Piemonte, a Crescentino, ospite della vedova Mena che pare gli concesse anche il letto grande. Mischiato ai partigiani e con un suo nome di battaglia voglio oggi pensare, perché quello era il tempo e quelle erano le montagne: ma riguardo a quel periodo nostra madre non riuscì a scucirgli altro, che non volle mai parlare di patimenti e brutture: e questo silenzio ostinato è una cosa che ho notato anche in altri reduci di quella guerra, forse per gli omicidij commessi, le imboscate, gli attentati, le esecuzioni sommarie e pure la paura, le vigliaccherie, e i tradimenti chissà, le viltà umane che si mischiavano a quelle della Storia. Infine per il senso di colpa di non essere riusciti a fare quello che dovevano – o di essere riusciti a fare quello che contava davvero: sopravvivere. Non avendo dunque gesta eroiche di cui vantarsi, ma a quell’epoca era eroico anche bere l’acqua tabaccata per ammalarsi e scansare il fronte, lui, che già parlava poco, a sua moglie concesse solo l’aspetto ludico e forse pure un poco minchiataro: Mena, come una storia da “Grand Hôtel”, un poco per distrarla e n’altro po’ per ingelosirla. Ci concederà solo il miracolo di un tedesco che gli puntò la rivoltella in fronte, e che poi per lunghissimi istanti si guardarono negli occhi, occhi negli occhi, due vite che si intuiscono e riversano l’una nell’altra, e poi il tedesco che se ne va lasciandolo lì, rimminchionito ma vivo. Una vita per una vita, chissà. E quando da bambini ci raccontava questa storia, di occhi negli occhi, io lo guardavo negli occhi, nei suoi occhi per capire il mistero degli occhi, di come sanno parlare gli occhi, per cercare d’intuire cosa ci fosse e cosa si fossero detti con gli occhi – e l’elemento pistola non m’ha mai incuriosito e una volta che per “i Morti” (ero ancora molto piccolo e questo me l’andava ricordando mia madre) me ne fecero trovare una per giocattolo subito l’allontanai da me piangendo terrorizzato, e in seguito non ho mai giocato con le pistole, mai giocato al cowboy o al poliziotto e sono convinto che anche se troppo piccolo ero un’anima che già “sapeva”, questo però è un altro discorso da scrivere da un’altra parte. Ma quella scena della pistola puntata in fronte, senza sapere perché, cos’era successo prima, cosa c’era intorno, è solo una figurina fuori da un album che per ricomporre bisogna ascoltare altre storie, leggere libri, vedere film, e sempre rimarrà uno sfondo indistinto in cui non sapremo mai come e dove collocare nostro padre. Me li ricordo bene i suoi occhi, perché sono i miei. Resta il chiaroscuro di un uomo che successivamente, quando lui non c’era più, mentre crescevo e volevo crescere cinico per fingere d’essere forte, ho sempre pensato come un uomo debole. Per avere un punto di “non riferimento” da cui spingermi lontano per fare, per fare cose, per fare le mie cose. Oggi che invecchio anch’io, e senz’aver fatto niente, neanche dei figli, se distolgo gli occhi dallo specchio vedo che i miei piedi, invecchiando, somigliano sempre più ai suoi, anche se ho camminato altrove: non posso non concedermi una speranza, dunque – concedendogli un dubbio: non era un uomo debole ma solo indebolito.</p>
<p>Era ostinato, testardo come un mulo che nostra madre sapeva però ammansare con le sue arti fimmìnee e sicrete. Un Toro, di segno zodiacale. Pragmatico e di mano corta dicono l’oroscopi, ma a lui la mano corta gliela faceva la vita giornaliera. Orgoglioso e fiero. E talmente, che per il suo orgoglio di combattente aveva pure rifiutato le quattro lire di pensione d’invalidità che lo Stato gli aveva concesso – riconoscendolo dunque come quel combattente quale lui non s’è mai dichiarato – per la leggera sordània che gli avevano lasciato i fischi delle bombe e gli scoppi della guerra. Quattro lire che col tempo sarebbe addiventate otto e poi dodici e via discorrendo, ragionava nostra matre in seguito, nei suoi difficili anni di vitovanza con la miserrima pensione di reversibilità. Ma lui, nella sua vita dura e – ne sono certo – infilice, non poteva accollarsi pure il peso preventivo di quello che sarebbe venuto dopo, dato che finché siamo vivi siamo sempre spiranzosi che qualcosa accadrà, che finché c’è vita c’è spiranza, e la spiranza è l’ultima a morire, e difatti ci sotterra a tutti con la schedina in mano. Del “totocalcio” allora, del “winforlife” auoggi. L’anni Sissanta fônnu finalmenti tempu di paci e di bùmma economica che scoppiava nelle case senza fari munzeddi di morti ma sulu munzeddi di cambiali: in Italia si vendettero una marea di lavatrici, ma per lui, mischino, la guerra aveva solo cambiato faccia e prospettiva e sò mugghieri continuava a lavari i linzola ancora a mano, dàtosi che il negozio che nonno Sanguedolce gli aveva lasciato era un’impresa in perdita, e lui era sempr’in pinzeri per le tratte in scadenza e per i pìccioli sempre scarsissimi: così dovev’aver’imparato a non godere a gràtisi, con l’idea che tutto aveva un costo in termin’economici, anche una domenica al mare, i custumi di secunna manu, i mafaldini c’a muttadella, i soddi p’i biglietti dill’autobbussu, dàtosi che lui non ha mai guidato né mai avrebbe potuto pirmettersi una màchina e una volta che ne aveva vinta una, apprima che io nascissi, una “600” come primo premio per una bella esposizione in vetrina, l’aveva subbito vinnuta per pavare i debbiti perenni c’ancora sò opà, vecchiu rèticu, jeva facennu peri peri. Oggi posso affermare che mio padre non ha mai vissuto senz’avere un solo debito se non, forse, quando si stirava spensierato nel letto di Mena che forse assomigliava a Eleonora Rossi Drago dentro a un fotoromanzo di “Grand Hôtel”, quand’era scappato dalla casa paterna e dalla guerra mussoliniana, che in fondo per lui dovevano essere state la stessa cosa con la stessa impronta, anche se il nonno era sempre stato un antifascista convinto e n’aveva pagato le conseguenze perdendo il posto di vàrdia municipale.</p>
<p>Sia come sia, non s’è mai saputo perché nostro patre fosse così restio a portarci al mare e avesse aspettato che arrivassimo a sette o dieci anni, ùnnici e chìnnici, e la spiecazione del portafoglio sempre lèggio da sola non basta. Come non abbasta il suo temperamento melanconico. E la spiecazione principale sta forse in un aspetto del suo caràttole che non è mai venuto fuori in modo eclatante e che perciò è parso secondario: era giloso. Solo che quando si parra di gilosia si pensa subito a Otello e a scenate tragediatrici e si parra del tizio c’ammazzò alla moglie e che appoi si buttò dalla punta ‘o molu, e non si considera la gilosia per ciò che nella vita di tutti i giorni naturalmente è: un male sottile, un vileno dibilitante. Tanto più debilitante per quanto più impegno ci si mette per tenerselo sotto controllo agghiuttènnu vuccuni amari: mio patre forse era giloso di mia matre, di mostrarla in costume ad occhi scanosciuti, e forsi era giloso macari della figlia non chiù picciridda ma non ancora na vera signurinedda.</p>
<p>E poi: era giloso dei parenti che, puro con le metesime diffoôrtà finanziarie, sapevano viversi la vita più spensieratamente e spendevano e spandevano, un poco spacca e lassa, per una cabina al lido e si portavano dietro pure un nipotino perché dove mangiano sette mangiano pure otto o anche dieci. Era giloso dei suoi cucini che con lo stesso cognome gli facevano una concorrenza commerciale spietata da vera faida famigliare che ci’aveva origini antiche, ed era giloso della sòggira, la nonna Pippina o Pippinedda o Giuseppina dipende con chi si parla, che benché primaturamenti vìtova aveva saputo crìsciri e tirari fora d’a verra setti figghi, mentre i suoi, Ètturi e Minichedda, s’erano vissuti la guerra come una fine del mondo e s’erano allianati mangiandosi botteghe e appartamenti. Per ciò ora pativa, mischino, che a cinquantanni doveva stentare per portare il pane in tavola perché la vita gli aveva smazzato queste carte: ma alla vita non c’è rimedio, e come dicono i miricani nei films “non c’è un piano B”. E se anche lui n’avess’avuto uno sicreto – ora chi lo sa. Probabilmente non era manco un bravo commerciante dàtosi che non ci’aveva il pelo sullo stomaco, anche se però era un gran lavoratore e nel retrobottega riparava con abilità borse e ombrelli e aveva le mani grandi sempre nere di mastice. Chi lo sa, auora? forse era quella la sua dimensione, il retrobottega, senza doversi spendere in chiacchiere e rompere la minchia con la gente, lì a martellare e dare punti, travagghiando di punteruolo e filo cerato, di trincetto e colla Artiglio sui pellami comprati in via Grotte Bianche dal signor Paladino, travagghiando nella polvere e nello scuro con precisione e pacienza, con sua moglie a’ttagghio che di tanto in tanto lo aiutava a cucire gli ombrelli. Abile risolutore di enigmistica e parole incrociate non si sapeva districare nella vita e oggi mi piacerebbe sapere quali fossero i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo piano B: per trovare nel suo – una speranza del mio.</p>
<p>E restando a guardare il mare coi suoi occhi: era più còmoto portarselo dentro casa perché, cusendo e riparando umbrella parapioggia, maritu e mugghieri si specializzarono pure nel riparare ombrelloni da spiaggia che quando arrivavano ci riempivano la stanza e per me, che sono sempre stato jocaloro, era na festa. E alla fine mè mater, recuperando uno scheletro, ne cusì uno grandioso tutto di sana pianta, tagliando grandi spicchi di tela gialla come spicchi d’arance vaniglia e cusèndoli tutt’ansèmula sull’ossatura, inventandosi una tenda che s’attaccava a ogni punta tutt’intorno, a chiudersi in tondo come nostra cabina personale. Ma intanto lui era già morto e noi, crescendo, l’avremmo usato poco: troppo ingombrante da portarsi appresso. Ingombrante come i ricordi che, pure, non abbiamo.</p>
<p>Eh ca purtroppu.</p>
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		<title>2010 in review</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 09:36:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here&#8217;s a high level summary of its overall blog health: The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is doing awesome!. Crunchy numbers A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about 2,800 times in 2010. That&#8217;s about [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=454&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here&#8217;s a high level summary of its overall blog health:</p>
<p><img style="border:1px solid #ddd;background:#f5f5f5;padding:20px;" src="http://s0.wp.com/i/annual-recap/meter-healthy2.gif" alt="Healthy blog!" width="250" height="183" /></p>
<p>The <em>Blog-Health-o-Meter™</em> reads This blog is doing awesome!.</p>
<h2>Crunchy numbers</h2>
<p><a href="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2009/01/12659_1205958121713_1611456091_577190_1049573_n1.jpg"><img style="max-height:230px;float:right;border:1px solid #ddd;background:#fff;margin:0 0 1em 1em;padding:6px;" src="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2009/01/12659_1205958121713_1611456091_577190_1049573_n1.jpg?w=288" alt="Featured image" /></a></p>
<p>A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about <strong>2,800</strong> times in 2010. That&#8217;s about 7 full 747s.</p>
<p>In 2010, there were <strong>7</strong> new posts, growing the total archive of this blog to 20 posts. There were <strong>4</strong> pictures uploaded, taking up a total of 147kb.</p>
<p>The busiest day of the year was November 15th with <strong>33</strong> views. The most popular post that day was <a style="color:#08c;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2010/01/31/i-libri-di-casa/">I Libri di Casa</a>.</p>
<h2>Where did they come from?</h2>
<p>The top referring sites in 2010 were <strong>facebook.com</strong>, <strong>search.conduit.com</strong>, <strong>blog.libero.it</strong>, <strong>remobassini.wordpress.com</strong>, and <strong>rivistahydepark.org</strong>.</p>
<p>Some visitors came searching, mostly for <strong>fulmine</strong>, <strong>bullicame</strong>, <strong>bullicame viterbo</strong>, <strong>racconti sul razzismo</strong>, and <strong>pen</strong>.</p>
<h2>Attractions in 2010</h2>
<p>These are the posts and pages that got the most views in 2010.</p>
<div style="clear:left;float:left;font-size:24pt;line-height:1em;margin:-5px 10px 20px 0;">1</div>
<p><a style="margin-right:10px;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2010/01/31/i-libri-di-casa/">I Libri di Casa</a> <span style="color:#999;font-size:8pt;">January 2010</span><br />
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<div style="clear:left;float:left;font-size:24pt;line-height:1em;margin:-5px 10px 20px 0;">2</div>
<p><a style="margin-right:10px;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2009/04/13/sul-razzismo/">Sul razzismo</a> <span style="color:#999;font-size:8pt;">April 2009</span><br />
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<div style="clear:left;float:left;font-size:24pt;line-height:1em;margin:-5px 10px 20px 0;">3</div>
<p><a style="margin-right:10px;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2010/04/10/se-un-cane-vale-piu-di-un-bambino/">Se un cane vale più di un bambino</a> <span style="color:#999;font-size:8pt;">April 2010</span><br />
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<div style="clear:left;float:left;font-size:24pt;line-height:1em;margin:-5px 10px 20px 0;">4</div>
<p><a style="margin-right:10px;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2009/01/26/il-muro-di-kalle/">Il Muro di Kalle</a> <span style="color:#999;font-size:8pt;">January 2009</span><br />
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<div style="clear:left;float:left;font-size:24pt;line-height:1em;margin:-5px 10px 20px 0;">5</div>
<p><a style="margin-right:10px;" href="http://camillosanguedolce.wordpress.com/2010/07/17/la-scrittura-il-teatro-e-un-ombrello-dal-manico-rotto/">La scrittura, il teatro e un ombrello dal manico rotto</a> <span style="color:#999;font-size:8pt;">July 2010</span><br />
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		<title>La scrittura, il teatro e un ombrello dal manico rotto</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 06:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[5 - storie / diario]]></category>
		<category><![CDATA[La scrittura il teatro e un ombrello dal manico rotto]]></category>

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		<description><![CDATA[  Solo quando ero a buon punto, dopo diverse pagine molto ben scritte, mi sono accorto che era tutto sbagliato: quando si interrompe il filo della scrittura che ci tiene appesi all’imperscrutabile da cui fluiscono pensieri e sequenze di parole, è il momento di staccarsi e respirare, staccare e rileggere quello che, se da un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=440&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2010/07/parker-duofold-fountain-pen-bentley_708_big.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-441" title="parker-duofold-fountain-pen-bentley_708_big" src="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2010/07/parker-duofold-fountain-pen-bentley_708_big.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p> </p>
<p>Solo quando ero a buon punto, dopo diverse pagine molto ben scritte, mi sono accorto che era tutto sbagliato: quando si interrompe il filo della scrittura che ci tiene appesi all’imperscrutabile da cui fluiscono pensieri e sequenze di parole, è il momento di staccarsi e respirare, staccare e rileggere quello che, se da un lato sappiamo di aver scritto, dall’altro è sempre una scoperta tutta nuova.</p>
<p>E’ come quando il mio vecchio maestro di recitazione (sia davvero pace all’anima sua) mi ammoniva: “Non si guardi dall’esterno!” Perché la recitazione, ci insegnava, doveva fluire dal cuore e dalle viscere senza mai passare dal cervello che tutto critica e tutto censura. Perché da attori non dovevamo essere critici e censori di noi stessi: che ci stava a fare allora lui? come poteva insolentirci, altrimenti, magari tirandoci un mocassino?</p>
<p>Tutto questo, questo fluire di emozioni e arte dal cuore e dalle viscere, dovevamo esprimerlo solo in fase di ricerca, però, solo durante il momento creativo. E dopo, solo dopo, dovevamo, io e i miei compagni d’avventura teatrale, risvegliare piccole percezioni di noi stessi, porzioni di pensiero intelligente, finestrelle di lucidità: per vedere, uscendo piano piano da noi stessi e dalla nostra creazione, ciò che davvero avevamo creato: non tanto per capire se era cosa buona e giusta – che il giudizio ultimo era sempre il suo, del maestro, del regista – ma per poterlo riconoscere e codificare, per saperlo ripetere uguale nelle repliche teatrali che sarebbe venute… anche quelle, talvolta (spesso sbagliando ma raramente con lampi di genio) scenario di nuove creazioni estemporanee “a soggetto” aggiunte all’ultimo minuto: per questo la recitazione teatrale è materia viva.</p>
<p>La scrittura, invece, che passa attraverso medesimi percorsi, una volta stampata, è là – non morta ma folgorata, congelata per poter essere distribuita. E’ più morto un film da questo punto di vista: perché la scrittura, anche se lo scritto è in libreria o nel blog, la si può sempre rimaneggiare ancora e ancora.</p>
<p>Dalla recitazione, in cui non avevo più maestri da cui apprendere (non perché avessi appreso tutto ma perché ne ero rimasto orfano) sono tornato alla scrittura, che come l’oro per il risparmiatore è per me un bene di rifugio primario sin dalla primissima infanzia, sin da quando ho imparato a scrivere: raccontare storie è evidentemente il mio compito in questa vita, a prescindere dal mezzo con cui riesco a farlo e a quante persone io riesca a raccontare. E in questo raccontare scrivendo è identico il processo creativo… anche se qui, ora, sono solo, e da solo devo essere autore e attore e regista della storia da raccontare; ma c’è di buono che non avrò bisogno di palcoscenici e produttori e compromessi e altri attori rompiballe per poter racccontare la mia storia: mi sono sufficienti pochi lettori, ognuno a casa propria, in assoluta libertà.</p>
<p>Così ora mi è capitato, rileggendo questo capitolo appena scritto, che era tutto sbagliato, troppo “di testa” e ragionato. Avevo da raccontare un passaggio nella vita di questa coppia in crisi: il perché e il percome. Uno snodo importante nel fluire dell’intera storia. Ma rileggendolo mi sono accorto che non parlava al cuore e che era sì come una recita perfetta, in perfetta dizione e impeccabile messa in scena, ma che non mi emozionava… e io sono uno spettatore molto esigente, soprattutto con me stesso.</p>
<p>“Non si guardi dall’esterno, porco zio!” mi richiama ancora il mio fu maestro, bontà sua e bontà divina, scagliando la coppola a terra. Ma io, ora, da solo, da regista di me stesso, finalmente capisco che ho bisogno di uno scenario per dare profondità alle mie parole, e dico all’autore che ho bisogno di un contesto in cui inserire quei perché e quei percome di quella coppia in crisi. E per trovare questo scenario e questo contesto devo lasciare libero il cuore di sognare e lo stomaco di bruciare: solo da lì, fra nuvole e fiamme, potranno rifluire le nuove parole, passando tutt’insieme fra paradiso e inferno come… come se io fossi ancora lui, il protagonista della storia che forse un tempo davvero fu, che ora litiga con parole di fuoco sotto una pioggia fitta e battente: ecco, bastava un cielo plumbeo, benché banale, e rumore di pioggia sullo sfondo. Ma non ho paura di risultare banale se posso sperare di riuscire a trascrivere le emozioni vere: non c’è niente di peggio della ricerca dell’originalità a tutti i costi.</p>
<p>Lo so, certo, sto raccontando una storia d’invenzione, che oggi si dice fiction, ma so anche – come qualcuno di voi sa – che devo anche ricorrere alle cose vere che ho vissuto, confondendo le emozioni vere con le fittizie, rimpolpando il monologo finto con le parole davvero pronunciate… E così oggi scrivo questa scenata sotto la pioggia, mentre in fondo all’armadio conservo ancora un vecchio ombrello dal manico rotto.</p>
<p style="text-align:right;"><em>alla memoria di Giuseppe Di Martino<br />
e all’affetto di tutti i miei compagni d’avventura</em></p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/5-storie-diario/'>5 - storie / diario</a>, <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/5-storie-diario/la-scrittura-il-teatro-e-un-ombrello-dal-manico-rotto/'>La scrittura il teatro e un ombrello dal manico rotto</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/440/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/440/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=440&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ci sono cose</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 05:48:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - storie/senza/limiti]]></category>
		<category><![CDATA[Ci sono cose]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono cose che non si possono raccontare a nessuno. E non perché siano cose di cui doversi vergognare, tutt’altro forse. A volte sono cose di cui potersi anche vantare. Sono pensieri intimi, idee spurie e sentimenti così privati che devono restare inespressi perché in questo sta la loro intima natura. A volte anche la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=428&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a title="ti racconto un segreto" rel="http://viadellebelledonne.wordpress.com/2009/10/27/scatti-per-voci-sole-francesca-woodman/" href="http://viadellebelledonne.wordpress.com/2009/10/27/scatti-per-voci-sole-francesca-woodman/" target="_blank"><img class="aligncenter" title="ti racconto un segreto" src="http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2009/10/ti-racconto-un-segreto.jpg?w=312&#038;h=312" alt="" width="312" height="312" /></a></p>
<p>Ci sono cose che non si possono raccontare a nessuno. E non perché siano cose di cui doversi vergognare, tutt’altro forse. A volte sono cose di cui potersi anche vantare. Sono pensieri intimi, idee spurie e sentimenti così privati che devono restare inespressi perché in questo sta la loro intima natura. A volte anche la loro bellezza. Sono moti dell’animo che con un po’ di mestiere della scrittura potrei travisare in altri contesti e con altri protagonisti per imbastire il nocciolo di una storia o di un racconto o di un romanzo. Ma anche così, così travestiti, questi movimenti dell’anima risulterebbero di fatto spogliati, denudati, e si sentirebbero traditi, svenduti, e si scolorerebbero in quella realtà scritta fino a diventare piccole parole di piombo la cui originaria natura sarà alla fine appena lontanamente percettibile. Perché ci sono guizzi della nostra mente e angoli del nostro cuore che devono restare assolutamente segreti, restare segreti fin anche alle persone più care – perché di essi è fatta l’intera tessitura dell’individuo che siamo, e mantenerli intimi a se stessi non significherà mai ingannare, e men che mai tradire: ma preservare la propria natura che gli altri riconoscono in noi quando ci guardano negli occhi.</p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/2-storiesenzalimiti/'>2 - storie/senza/limiti</a>, <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/2-storiesenzalimiti/ci-sono-cose/'>Ci sono cose</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/428/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/428/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=428&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sei tu il mio Profeta</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 18:20:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[3 - provocazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sei tu il mio Profeta]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-237 aligncenter" title="fulmine3xd3de9" src="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2009/07/fulmine3xd3de91.gif" alt="fulmine3xd3de9" width="500" height="500" /></p>
<p style="text-align:center;"> </p>
<p><strong>Quanti sono adesso? duemila anni? direi più che sufficienti per una religione importante, come è stato il vostro Cristianesimo, giunto qui, ormai, alla fine del suo ciclo – anche se non scomparirà, ne sono certo, e resterà nella memoria. Nella vostra memoria culturale e nell’intimo di quella individuale, di ognuno di voi, tramandata nel sangue da generazione in generazione. Come del resto è stato, altrettanto, per il politeismo dell’Olimpo sulle cui ceneri s’è innalzato questo Cristianesimo: chi è che non sa chi siano Giove e Giunone, e Venere, Marte, Apollo… Se ne sono persi i dettagli della conoscenza, il senso del sacro e della devozione, ma nei cuori e nella fantasia di ognuno di voi quegli Dei ancora sopravvivono. E la loro religione? anche quella è durata qualche millennio, come le altre in altre parti del mondo… ma è stata qui sostituita perché, divenuta strumento di potere nelle mani del clero non parlava più al cuore di voi esseri umani che alla fine facevate i vostri sacrifici e bruciavate i vostri incensi solo per fede nell’abitudine.</strong></p>
<p><strong>Molti sono morti per difendere il vecchio credo, perché tanti hanno terrore del nuovo che avanza, come tanti sono morti per testimoniare la nuova fede in cui già riponevano ogni speranza. E di nuovo, a distanza di qualche migliaio d’anni, nulla cambia, e si continua a morire per difendere i vecchi Dei o per imporre i nuovi. Allora, il politeismo, quello che venne definito pagano, cedette il passo a un Messaggio nuovo e deflagrante: c’era “vita dopo la morte”, e questo portava nuova speranza, nuova energia alla vita terrena che, benché difficoltosa e derelitta, aveva un’aspettativa di riscatto, se non sulla terra – nell’aldilà, almeno. Un messaggio d’una potenza dirompente, capace di scardinare ogni ordine costituito, da quello più intimo – il nucleo familiare – a quello più ampio: l’organizzazione sociale, lo stato, le fondamenta del potere costituito.</strong></p>
<p><strong>Ma poiché il cuore di voi esseri umani – anche se non di tutti – è sempre narcotizzato dal potere, è su quel fronte che spendete tutte le vostre risorse: energia e fantasia. E qualsiasi religione, anche se scende dall’Alto o proviene dal Profondo, diventa, necessariamente, esercizio di pochi individui, anch’essi non immuni dalla brama di potere. Finché arriva un nuovo Profeta a metterli davanti al loro specchio. Ma un nuovo Profeta non nasce dal nulla: anch’egli o anch’ella vive della vostra vita e si porta nel sangue i germi di tutti i pensieri passati. Egli, o Ella, ha solo un nuovo potere di sintesi per parlare al cuore di ognuno di voi, e solo accidentalmente si chiamerà Abramo, Gesù, Buddha o Maometto, per restare fra quelli più noti nelle vostre terre.</strong></p>
<p><strong>L’Ebraismo persevera e sopravvive perché ha fatto della sua arcaicità il proprio culto: resta e sarà sempre in attesa di un profeta che non verrà, è questo il loro culto: un Dio nascosto dietro molti veli e divieti che aspetta di svelarsi nelle parole di un profeta che, se mai venisse o se mai tornasse, ancora una volta non sarebbe creduto perché credergli significherebbe svelare questo Dio geloso e mandare per strada e sul lastrico tutti i suoi rabbini.</strong></p>
<p><strong>Anche l’Islam durerà per molto molto ancora perché, radicato anch’esso su pochi principi arcaici si autodifende in un cortocircuito che brucia ogni Parola Nuova e si impone ai vostri cuori più col timore d’infrangere i divieti che con la comprensione e la compassione – che sono il seme di ogni religione. E in questo suo perenne cortocircuito gira ancora armato come ai primordi imponendosi agli altri con lo stesso spirito bellicoso di una tribù beduina che va all’attacco dell’ennesimo accampamento di infedeli: laddove vige la falsa regola “chi non è con me è contro di me”.</strong></p>
<p><strong>Il Cristianesimo, invece, con tutte le sue differenti espressioni in cui si è suddiviso, sta per concludersi perché è debole e permeabile rispetto all’arcaicità egocentrica dell’Ebraismo e all’arcaicità invasiva dell’Islamismo: si è puntellato su fragili dogmi che non hanno nulla di divino per difendere – non la religione – ma il potere del clero. Su sciocche beghe e dispute più ideologiche che teologiche ha poi permesso scissioni e distinguo da cui non è nato nulla di veramente rivoluzionario: perché il vero pensiero religioso è sempre rivoluzionario. Esso, oggi, più che essere consapevole di Sé e del proprio Ruolo, si mostra molto più consapevole e condiscendente con ciò che esso non è, e che non sa, e che non è più: una religione che dava speranza e che ha inventato la parola Misericordia. Ed è invecchiato, facendosi obsoleto, perché azzerando la moltitudine degli Dei Antichi aveva dato un solo sogno, lo stesso sogno, a tutti – salvo poi tradire questo sogno, che era la sua missione, la religione.</strong></p>
<p><strong>Così, oggi, voi esseri umani, battezzati per abitudine, sposati in chiesa per spettacolo, fedeli per convenienza e praticanti all’occorrenza, cercate nuovi respiri nel Buddhismo – che si perpetua nel mondo e nel tempo perché davvero misericordioso – o tentate le false vie del Cattolicesimo minore e settario, o cadete nelle trappole dei falsi profeti che vi tolgono i soldi per svendervi l’anima… perché tutti siete in attesa che Qualcosa ritorni: ma non un nuovo profeta, che ormai ne avete visti troppi anche in televisione, quanto un’altra Idea di Speranza, perché l’idea che il Paradiso è la per tutti (ma solo a costo di grandi sacrifici) è andata.</strong></p>
<p><strong>E’ tempo di rimettere al centro del mondo l’Individuo, con tutti i suoi limiti ma anche le sue fantastiche possibilità personali, la sua fantasia, le sue contraddizioni, le sue debolezze… perché ogni Individuo è fatto di tanti umori, di tante ore, di tanti giorni e di tanti anni, e per ognuno dei suoi istanti di vita deve potersi riconoscere, sempre, con dignità, sacro a Sé Stesso, a Chi ama e a Chi lo ama: che il Bene e il Male (fatti i dovuti distinguo culturali) sono perenni nello spazio e nel tempo, sono nel cuore di Ognuno di Voi che nell’intimo ascolto di Sé li sa sempre distinguere e riconoscere… e chi non ha questa vocazione all’ascolto si affidi sempre agli officianti che vuole, sacerdoti medici o ciarlatani, ma riprenda a coltivare la sua preziosa Individualità, benché senza egoismo, e Ognuno, attraverso questa mia parola, sarà Profeta per Se Stesso: credetemi, sono pronto a tornare.</strong></p>
<p><strong>Un tempo mi chiamavate Zeus oppure Giove, prima ancora Urano, oggi chiamatemi come preferite… Non è il nome che mi definisce, che la mia non è una religione di parole e suoni, ma è un culto di nuova Libertà di Espressione: mi chiamo Camillo attraverso quest’individuo cui detto il mio pensiero – ma ora che avete letto fino in fondo, se vorrete, avrò il Nome di Ognuno di Voi.</strong></p>
<p style="text-align:right;">Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati</p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/3-provocazioni/'>3 - provocazioni</a>, <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/3-provocazioni/sei-tu-il-mio-profeta/'>Sei tu il mio Profeta</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/238/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/238/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=238&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L’inferno del non voler capire</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 08:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - storie/senza/limiti]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;inferno del non voler capire]]></category>

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		<description><![CDATA[Sto impazzendo. Non so da quant’è che sto così ma sto impazzendo. Faccio sogni così veri che mi pare di essere sveglio e quando sono sveglio mi sembra un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. A tratti c’è pure questa cosa che mi s’annebbia la vista e non vedo più i contorni delle cose, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=420&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><img src="http://www.annesdoor.com/Foto/ombra.png" alt="" width="480" height="480" /></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">Sto impazzendo. Non so da quant’è che sto così ma sto impazzendo. Faccio sogni così veri che mi pare di essere sveglio e quando sono sveglio mi sembra un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. A tratti c’è pure questa cosa che mi s’annebbia la vista e non vedo più i contorni delle cose, e le cose mi cadono di mano, o non riesco ad afferrarle perché ho perso l’equilibrio e con l’equilibrio la percezione delle distanze: se allungo una mano urto, il bicchiere cade in frantumi, oppure non riesco ad afferrarlo perché in realtà non è lì dove sembra e dove io lo vedo…<br />
</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">Sto impazzendo. Non so da quant’è che non vado più a lavoro e ciondolo per casa, e la cosa peggiore è che Gianna mi evita e non mi rivolge più la parola… come se fosse colpa mia se sto così… e più, io, avrei bisogno di lei, più lei mi scansa e mi sfugge… So che stando così le rendo la vita difficile, e la esaspero… ma la sua indifferenza, ormai, arriva a rasentare la ferocia.<br />
</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">Sto impazzendo e non so perché. Non so cos’ho, come sia cominciato quest’inferno. Lei sta tutto il giorno fuori a lavorare, e io mi aggiro per la casa vuota come un’ombra, sempre in preda a questo malessere che non m’abbandona… e a volte, se chiudo gli occhi, mi sembra quasi di fluttuare… come se le dita, prima, e le braccia, poi, mi s’allungassero nell’aria come elastici molli, senza tensione, ad afferrare il nulla che ormai mi circonda, in questa malattia senza dolore e senza ragione.</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">So di essere stato un pessimo marito… ma adesso questa sua fredda indifferenza alla mia sofferenza non è umana. Errare è umano… e già da tempo dormivo nella camera degli ospiti ma mai avrei pensato che lei potesse spingersi al punto di restare così, inerte, capace di fingere indifferenza assoluta anche quando provo a stendermi accanto a lei su quello che una volta era il nostro letto… E se le parlo continua a tacere ostinata, con quell’espressione cupa, tutta chiusa in se stessa, che si vede che si sforza di mostrarmi tutto il suo disprezzo: non immaginavo che lei potesse arrivare a questo, a questa durezza fatta di un solo blocco di granito, lei, così remissiva e paziente, lei…</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Lei che sembra fatta di pietra anche lei: se la sfioro non mi dà nemmeno la soddisfazione di scacciarmi come una mosca fastidiosa, e se la tocco… mi è capitato di allungare una delle mie mani pazze per scuoterla dal suo coma emozionale, ma lei non era là, era distante… e per quanto io allungassi la mia mano come un elastico lento era come se sulla sua spalla io sbattessi contro un muro, a picchiare, a bussare, sordo: mi basta un momento come questo per capire la misura della mia percezione alterata e della mia follia.</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Fino a ieri notte, quando finalmente sono riuscito a farle urlare: “Basta! Adesso basta! Devi andartene! Devi sparire! Devi uscire dalla mia vita per sempre!&#8230; – e poi ha aggiunto, con un filo di voce infuocato – …Maledetto!”. Non mi sono mai sentito così male, così umiliato… ma allo stesso tempo ero quasi alleviato dalla sua risposta che rompeva quel lungo silenzio: perché essere maledetto è sempre meglio che non esistere. </span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Quanto devo averla fatta soffrire… Ma non è servito che la supplicassi di essere ancora paziente, di aiutarmi a uscire da questa malattia, di aiutarmi a spiegare questa mia follia… L’avrei lasciata in pace, davvero, se solo mi avesse aiutato a capire come ero arrivato a tutto questo… Lei è solo scoppiata a piangere, disperatamente, e sapevo che non mi ascoltava più, di nuovo, perché aveva cominciato a pregare il Padre Nostro, come faceva tutte le volte che litigavamo… perché io rientravo tardi la sera, avendo bevuto un po’ troppo, alle volte… qualche volta esagerando con qualche ceffone… Era che mi esasperava, lei con le sue domande idiote, lei coi suoi stupidi paternostro, con le sue lacrime facili e le sue recriminazioni continue… </span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Ma adesso che me la sta facendo scontare, tutta, finalmente comincio a intuire che cosa significa non significare niente, non essere ascoltati, né considerati, e anzi umiliati, evitati come la peste… Se non fosse per questa cosa che mi ha preso, questa pazzia con la quale non riesco a esprimermi… e con la quale lei, pur tuttavia, convive da giorni e giorni e… da quanti giorni? Da quant’è che sto impazzendo?</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">E ora? sarà per la sua sfuriata di ieri notte?&#8230; Oggi ha fatto venire quest’amica che io non ho mai visto, che sulla soglia l’abbraccia mentre lei scoppia in lacrime… e le dice solo: “Aiutami… diglielo tu che se ne deve andare per sempre, che deve lasciarmi in pace… che deve lasciarmi vivere la mia vita…”</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">È a quel punto che l’amica cerca il mio sguardo, diretta e con occhi di fuoco, mentre le dice: “Diglielo tu stessa, ti sta ascoltando!”.</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">“No… non mi ascolta… non mi ha mai ascoltato… e se ora mi sente, mi sente ma non mi ascolta…”.</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Allora l’amica sconosciuta conduce mia moglie a sedersi al tavolo del soggiorno, e lei si siede di fronte. Le prende le mani fra le mani attraverso il tavolo vuoto, un vuoto la cui consistenza mi dà una vertigine, e insieme chiudono gli occhi, mia moglie a piangere e la sua amica a bisbigliare qualcosa fra sé e sé che solo lei poteva sentire… Mi avvicino, curioso, pauroso del vuoto fra le loro braccia, come se potessi cadervi dentro, mi avvicino cauto, con la testa che mi stava fluttuando, per ascoltare meglio, e capire – e quella, all’improvviso urla:</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;">“Spirito! Se sei ancora qui batti un colpo!”.</span></span></span></p>
<p class="MsoNormaltext-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:medium;"><span style="color:#000000;"><br />
<span style="color:#000000;">Quell’urlo mi fa sobbalzare e cado sulla sedia accanto che si rovescia all’indietro schiantandosi a terra. Entrambe aprono gli occhi, raggelate, e insieme cominciano a recitare il Requiem Aeternam… e finalmente capisco: capisco di non aver capito la mia follia, la follia della mia vita che non c’è più.</span></span></span></span></p>
<div><span style="line-height:115%;"><span style="color:#000000;font-size:medium;"><span style="color:#000000;"> </span></span></span></div>
<p class="MsoNormaltext-align: right; margin: 0cm 0cm 10pt;" style="text-align:right;"><span style="line-height:115%;color:#000000;font-size:small;"><span style="font-family:Calibri;">Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati</span></span></p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/2-storiesenzalimiti/'>2 - storie/senza/limiti</a>, <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/2-storiesenzalimiti/linferno-del-non-voler-capire/'>L&#039;inferno del non voler capire</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/420/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/420/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=420&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Se un cane vale più di un bambino</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 07:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Se un cane vale più di un bambino]]></category>

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		<description><![CDATA[2193 parole, tempo di lettura 20 minuti circa  Ognuno ha la propria sensibilità, definibile in tanti modi. Ma poiché non sono un filosofo, né uno psicologo, non posso che definirla secondo la mia personale esperienza… e sensibilità. La mia non è un punto fermo né un dato acquisito. Varia e cambia nel tempo, si assopisce o [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=409&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="alignnone" src="http://storage.msn.com/x1pAdjo0uCo2H38vjUYdn7x6Rdpgobfb95DOOIHuqFnswg735J19P-7yfBXsvEczDae5kboJEgvBwmNV-DfTcdZNZcdGVKEyQ79-OZS4v1urrHYjIvS5TQYvnevqkRejIIWKn3Ec97nj-H81p-HOwVjlQ" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p style="text-align:center;"><em>2193 parole, tempo di lettura 20 minuti circa</em> </p>
<p>Ognuno ha la propria sensibilità, definibile in tanti modi. Ma poiché non sono un filosofo, né uno psicologo, non posso che definirla secondo la mia personale esperienza… e sensibilità.</p>
<p>La mia non è un punto fermo né un dato acquisito. Varia e cambia nel tempo, si assopisce o si fa attenta, e io passo dal cinismo al sentimentalismo con grande facilità. Ma non sullo stesso tema, però, perché la sensibilità essendo multi funzionale si adatta a circostanze e ad argomenti diversi con diversa caratura: così mi càpita di palpitare con un cuore d’oro zecchino per qualcosa mentre per qualcos’altro ho un cuore di piombo.</p>
<p>Per quel che mi riguarda la sensibilità è definita dalla nascita, e poi, in séguito, ridisegnata dalla natura, natura intesa come esperienza di vita: un’esperienza che si forma come cultura personale e che a volte è casuale come un incontro, fortuito e circostanziale, ma che altre volte è un’esperienza deliberatamente acquisita, scelta, coltivata: come un incontro cui seguono altri appuntamenti e da cui poi nasce una relazione… Sarebbe come dire che con la nostra sensibilità abbiamo una specie di relazione amorosa, e da essa cominciamo a dipendere e con essa ci accompagnamo a braccetto, a volte esibendola con orgoglio, lacrima sul ciglio, e a volte, più discretamente, facendola solo intravedere… Ed essa, la nostra sensibilità, ci coccola e ci vizia con le sue croci e le sue delizie, e proprio come un’amante fa in modo di non distrarci mai da se stessa, e cresce con noi e dentro di noi fino a che, alle volte, improvvisamente non ce ne scopriamo prigionieri: prigionieri di una sensibilità verso qualcosa o qualcuno che non vorremmo più avere: Guardi, io ho un cuore così sensibile che è una rovina, signora mia!</p>
<p>Mi arriva l’urgenza di questo ragionamento a voce alta e cuore aperto da quando sono approdato su FaceBook e via via mi sono imbattuto in numerosissimi gruppi e persone che – con grande sensibilità – si occupano di cani. Ovviamente anche prima, via mail, venivo occasionalmente sollecitato a sensibilizzarmi su bastardini, trovatelli, cucciolate da smaltire e campagne di protesta contro la violenza sugli animali; e nel bestiario via via propostomi i cani sono sempre al primo posto, secondi i gatti. Gli animali da compagnia più comuni, dunque… e i gatti vengono dopo perché sono animali più autonomi che non hanno quello sguardo canino che dice: Fammi tutto quello che vuoi… E che ti tira fuori tutto quello che hai: coccole sei sei buono e calci se sei cattivo; in ogni caso con un sentimento misto: gusto di bontà variegata di potenza.</p>
<p>A me la parola “trovatello” mi fa subito pensare a un bambino e sento – secondo la mia personale sensibilità – che prima dei cani ci si dovrebbe occupare dei bambini e degli essere umani in generale. Ma lasciamo perdere gli adulti (che il ragionamente lieviterebbe troppo) e restiamo concentrati sui bambini: anche perché cos’è un cane se non un bambino che non imparerà mai a parlare? resterà sempre in quell’età in cui sgambetta da solo ma non la fa nel vasino, lo devi pulire e nutrire ma non andrà mai a scuola… però ti dà le preoccupazioni dell’adolescente che fa sesso non protetto… e altrettanto lo devi portare dal medico specialista, ma non sempre te lo puoi portare dietro in vacanza.</p>
<p>Quand’ero bambino io i cani e gatti di casa mangiavano i nostri avanzi, le nostre frattaglie, rosicchiavano le ossa dei nostri arrosti e tutt’al più gli si cuoceva un po’ di pasta in bianco per rinforzo, specie se il cane era di grossa taglia. Poi arrivò sul mercato la pasta di scarto, solo per animali, e in seguito il riso soffiato, poi le scatolette, e poi i croccantini… così che un poco alla volta il mercato, capito il potenziale, ci ha abituato a comprare prodotti solo per gli animali, fino ad arrivare all’esagerazione odierna dove gli animali sono trattati in pubblicità come delle vere star.</p>
<p>Mi è capitato di ragionarci con un ragazzo sfuggito alla fame e alle guerre della sua terra Centrafricana: benché laureato, qui campa vendendo borse tarocche fornitegli dalla camorra, dato che non riusciva a campare vendendo artigianato africano, anche quello in mano ai racket. Guardava con triste ironia la signora perbene che raccoglieva col guantino di cellophane la cacchina che il suo cagnolino aveva fatto per strada. Da lui, mi spiegò, nella sua terra, i cani sono a servizio degli uomini e non gli uomini a servizio dei cani. Stop. In una sola frase aveva liquidato l’intero problema: che è quello del mercato che fa leva sulle nostre debolezze e sui nostri languori, sui nostri sensi di colpa e sui nostri vuoti sentimentali – che di questo si tratta – per spingerci a umanizzare gli animali da compagnia, a vestirli a pettinarli a spulciarli e a togliergli anche la merda dal culo. Io stesso ricordo una signora-con-cagnolino che ha inveito, direi latrato, contro quell’altra che era trasalita all’abbaiare del suo cane: Sono io che ho paura di lei, sa?!&#8230; e questo la dice lunga su quell’insano sentimento di totale identificazione. E il problema è che si credono persone buone.</p>
<p>Cosa spinge una persona adulta, nell’ottanta per cento dei casi: donna (ma il calcolo percentuale è a occhio e individuale), mediamente colta, intelligente, socialmente e politicamente orientata, e per una buona metà di quell’ottanta per cento: single – ad occuparsi con tanto impegno, in certi casi esclusivo, di cani?</p>
<p>Facendo facile psicologia da rivista, perché continuo a non essere uno psicologo, la prima risposta, la più facile, è: queste donne sublimano la maternità. Ma può essere vero solo parzialmente, perché se presa in assoluto credo che che sia un’altrettanto assoluta sciocchezza. E’ un giudizio facile, una facile battuta, che però non rende conto del vero problema e dell’eventuale disagio.</p>
<p>Ci sono donne che hanno fatto del cane (come del gatto) l’unico punto di riferimento della loro vita, e l’unico feticcio sul quale esercitare la propria sensibilità: ce ne sono che scrivono poesie sui cani e addirittura preghiere del cane; quelle artisticamente più dotate rifanno il testo in chiave canina delle canzoni famose: per quanto innocui sono comportamenti che mi inquietano e che non esito a definire estremi, e mi chiedo sempre: non sarebbe più sano indirizzare un po’ di quella sensibilità e di quell’energia e di quella creatività verso i bambini che, altrettanto, soffrono intorno a noi? Mi si potrà obiettare che il mondo è pieno di poesie e di preghiere e di canzoni che parlano dei bambini, e allora dico: uscite di casa e guardatevi intorno. E devo aggiungere che su questo livello di dedizione assoluta agli animali non ci sono quasi più uomini, e già questo porrebbe un’altra domanda alla quale cercare un’altra difficile risposta…</p>
<p>Senza andare a cercare i bambini che combattono guerre come piccoli soldati drogati e violati; senza andare a cercare i bambini che le guerre le subiscono insieme agli orrori della distruzione delle loro case e della morte dei loro adulti, delle mutilazioni, delle pestilenze e della fame; senza andare a cercare quelli che subiscono il compiaciuto inganno delle mine antiuomo che anche l’Italia produce ed esporta; senza andare a cercare quelli “semplicemente” vittime di carestie e disastri naturali; e senza andare a cercare quelli violati e violentati da adulti che, forse, chissà, amano pure troppo i cani; senza andare a cercare i casi limite che sono quotidianità in certe parti del mondo – guardiamoci intorno per le strade, fra le mura dei condomìni e dentro molte famiglie perbene: anche lì ci sono bambini che aspettano la nostra attenzione e il nostro scandalo.</p>
<p>Diffido di chi ama troppo gli animali e non ama abbastanza gli esseri umani. Gli esseri umani sono cattivi, non scodinzolano, non corrono a un fischio e non ti riportano indietro la palla: con loro non puoi farla da padrone. Con gli esseri umani devi starci alla pari e spesso le prendi… e cosa sono i bambini se non cuccioli umani che un giorno cresceranno per dartene ancora? Ma nonostante questo io li preferisco agli animali: non ho paura di prenderle come di darle, accetto il confronto anche conflittuale e mi annoiano le persone servili e sottomesse – come cani, appunto.</p>
<p>Dicevo che la sensibilità arriva da lontano. Ci sceglie e la scegliamo. E nella mia utopia vorrei sapere, da ognuno di voi che siete così sensibili solo ai cani, com’è che siete arrivati a questo vostro punto di non ritorno. Una risposta che ho avuto è stata: tanto i bambini, e gli esseri umani in generale, hanno la parola per potersi difendere e denunciare sofferenze e abusi… Beh, non è così: le vittime di violenze fisiche e sessuali, prima della parola hanno l’annichilimento che gli toglie la parola, hanno il dolore e la vergogna e i sensi di colpa che li rendono afoni, come anche complici delle loro stesse violenze subite. Sennò perché si avrebbero casi di violenza che perdurano anche decenni? c’è il silenzio di fuori e c’è il silenzio di dentro. Davanti alla violenza qualsiasi bambino o bambina, ma anche qualsiasi adulto, è come se tornasse a quell’età in cui tutto deve ancora essere appreso e tutto può ancora accadere: non ha parole per difendersi e per immaginarsi in un mondo diverso. E’ un alibi, questo della parola che gli umani hanno di fronte alla violenza e gli animali no. Così credo che quest’amore esclusivo, o molto forte, per i cani sia solo amore esclusivo per se stessi, amore consolatorio, perché troppo deboli per scendere nell’arena a confrontarsi coi propri simili.</p>
<p>La sensibilità, dicevo. Io ci sono nato con la mia, e poi ho fatto incontri, visto cose. Avrò avuto una quindicina d’anni e una mattina con la mia amica e compagna di banco siamo andati a visitare un brefotrofio di cui le avevano parlato, e che era dalle parti della Fiera, a Catania. Io non sapevo neanche che differenza ci fosse fra brefotrofio ed orfanotrofio: oggi so che nel primo sono accolti i trovatelli, quelli rifiutati o tolti alle famiglie, nel secondo gli effettivi orfanelli – anche se nella sostanza non cambia nulla. Non so neanche perché ci stessimo andando, io e Graziella, e non ricordo se era per un compito scolastico o per una semplice curiosità… non ricordo più nulla, se non l’esperienza.</p>
<p>Ci fecero entrare senza problemi, non avevamo neanche appuntamento e non so come fu così facile, oggi probabilmente non è più così. Era in un luminoso vecchio appartamento gestito da suore che ci ammisero solo in una stanza dove c’erano i più grandicelli: piccolissimi. Forse venti o anche trenta bambini che a malapena stavano in piedi da soli, di un anno e mezzo, di due, qualcuno forse di tre; un po’ mocciolosi e un po’ unti ma dignitosamente puliti in certi grembiulini cuciti a mano o semplicemente in canottierina e pannolino; chi scalzo e chi con i calzini, chi con le scarpette, tutti a terra sul nudo pavimento – era piena estate – e non ricordo giocattoli: forse qualche palla sgonfia, pezzi di carta… Se ne stavano tutti quasi l’uno sull’altro, chi addossato al muro e chi, più autonomo, sgambettava per la stanza. Qualcuno piangeva ma non si poteva stare dietro a tutti. E c’era una coppia di gemelli, identici, uno dei quali, seduto a terra faccia al muro, si dondolava sbattendo la testa su quel muro, continuamente. Probabilmente la suora intercettò il mio sguardo allibito perché spiegò che faceva sempre così, tutto il giorno, e che non ci si poteva fare nulla: rimbombava, ma non si faceva male, e se cercavano di fermarlo era peggio, aveva scoppi d’ira. Ovviamente quando entrammo i più arditi ci si fecero intorno, aggrappandosi alle nostre gambe, tendendo le braccia all’insù per essere presi. Ne presi in braccio uno, il primo che mi capitò, quello il cui sorriso mi captò, e che mi si strinse al collo stretto stretto. E altri cominciarono a piangere perché volevano la loro dose di attenzione e carezze. Adesso andate, ci disse la suora col suo sorriso mite, altrimenti non li teniamo più: sono troppi e noi siamo così poche, non li possiamo prendere in braccio tutti… Me lo dovette strappare dal collo con grande fatica, che le sue braccine magre erano diventate vitigno di ferro, e io stesso non sapevo più che fare. Consapevole che non avrei potuto portarlo via, già sentendomi colpevole per averlo illuso qualche istante, e per aver preso in braccio solo lui. Favoleggiammo con noi stessi, io e Graziella, che saremmo tornati con dei giocattoli, con delle caramelle. L’emozione era stata forte e volevamo sentirci migliori. Ma non ci tornammo più e non mi pento di non aver portato caramelle: sarebbe servito alla mia coscienza ma non alla loro sofferenza.</p>
<p>Ancora, in qualche modo, ricordo il faccino di quel bambino e ormai penso che lo ricorderò per sempre: pelle chiara e capelli scuri, non particolarmente bello, ma con un sorriso incredibile che ha gettato in me il seme di un’altra sensibilità. Oggi dovrebbe essere un uomo che ha superato i trenta, e mi auguro di tutto cuore che sia felice, con una famiglia sua, felice. E con un cane altrettanto felice che giochi coi suoi figli.</p>
<p style="text-align:right;">Camillo Sanguedolce © tutti i diritti riservati</p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/3-provocazioni/se-un-cane-vale-piu-di-un-bambino/'>Se un cane vale più di un bambino</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/409/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/409/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=409&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>I Libri di Casa</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 17:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[5 - storie / diario]]></category>
		<category><![CDATA[I Libri di Casa]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggevo un’intervista a Herta Muller, il Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, in cui raccontava che nella casa della sua infanzia non c’erano libri – e me ne sono andato con la mente alla mia infanzia, in un’altra casa e in un’altra storia forse meno drammatica ma non meno vera dove, anche lì, non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=402&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="Pia dei Tolomei" src="http://sienaemaremma.blogosfere.it/images/Pia%20de%20Tolomei,%20S.Ussi-thumb.jpg" alt="" width="400" height="584" /></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Leggevo un’intervista a Herta Muller, il Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, in cui raccontava che nella casa della sua infanzia non c’erano libri – e me ne sono andato con la mente alla mia infanzia, in un’altra casa e in un’altra storia forse meno drammatica ma non meno vera dove, anche lì, non c’erano libri. O se c’erano, erano pochi e ben nascosti. Sopravvissuti a quella stessa guerra.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Solo ora mi accorgo di questo: che non c’erano libri nella casa in cui ero bambino, oggi che mi sembra naturale avere dei libri in casa. Ma allora, quando da ragazzo cominciai a maneggiare dei libri, era naturale quella nostra casa così com’era, dove c’era tutto il necessario ma non il superfluo: non c’era il televisore perché vivevamo praticamente dalla nonna e casa nostra era solo un dormitorio, allora, e dalla nonna campeggiava uno dei primi televisori della città; non c’era la lavatrice; né la cucina col forno, che bastava la piastra coi tre fornelli e all’occorrenza si accendeva sul terrazzino la brace per arrostire; e men che mai c’era il telefono. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Era una vecchia casa del centro storico, di quelle costruite disordinatamente una accanto all’altra, coi tetti a tegole che scivolavano uno sull’altro e, al contrario degli appartamenti più moderni nei palazzi in condominio, non c’era neanche l’acqua calda corrente e la domenica ci facevamo il bagno scaldandola in grandi pentoloni, per cui era anche più naturale lavarsi abitualmente con l’acqua fredda. Ma la mamma ci coccolava scaldandoci ogni mattina un pentolino d’acqua a testa, a noi figli che, prima di andare a scuola, la stemperavamo nella bacinella per lavarci la faccia, e “mi raccomando il collo e le orecchie”; la stessa acqua già saponata e tiepida serviva poi a lavarci il culetto e infine veniva riutilizzata per lavarci i piedi: la si usava dall’alto verso il basso e la sua ultima destinazione era il gabinetto, dato che non c’era neanche lo scarico diretto. Ma già ai primi tepori primaverili di nuovo solo acqua fredda corrente per tutti! E i nostri genitori ci raccontavano come a loro volta si ricordavano di altre case e di altre epoche in cui non avevano neanche l’acqua corrente in casa, e in certi casi neanche il gabinetto, che c’era quello che oggi si definirebbe “condominiale”&#8230; Anch’io, come loro, percorro i miei passi fuori da altri mondi più antichi per apprezzare cose e gesti quotidiani oggi dati per scontati: considero meglio le cose che ho e faccio un buon uso del superfluo.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Quelli della mia prima infanzia erano gli anni sessanta, e poi fu nei primi anni settanta che arrivarono i libri. Io ero un adolescente, e dalla fine della guerra erano passati meno di trent’anni, allora: quando in casa si parlava della guerra a me sembravano storie del secolo prima, un’altra preistoria, tanto erano lontane da me: le bombe, lo sfollamento nelle campagne, le macerie in città, la fame, i conoscenti morti, quelli uccisi da una scheggia, quelli salvi per miracolo, il racconto raccapricciante del cavallo morto rimasto a putrefarsi sulla strada&#8230; E non mi rendevo conto, allora, quanto per i miei fossero invece ricordi reali, paure anche troppo presenti e vicine, brividi veri passati sulla loro pelle: trent’anni è uno spazio di tempo che oggi io posso ampiamente misurare dentro la mia stessa vita ma allora era così enorme…</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">In quei primi anni settanta mio padre leggeva tutti i giorni il quotidiano e non credo di averlo mai visto con un libro in mano… Se oggi fosse ancora vivo gliene chiederei conto, ma è andato: da quei primi anni settanta arrivò giusto al settembre del settantacinque per morire di cancro – e da lì cominciò per me un’altra storia in cui i libri avrebbero preso sempre più spazio nella mia vita. Era mia madre, invece, quella che aveva condotto fuori dalla sua guerra i suoi piccoli libri segreti, che teneva probabilmente chiusi in qualche cassetto, e non perché fossero proibiti o davvero intimi, ma segreti solo perché preziosi, benché assolutamente privi di valore intrinseco, anche artistico. Mi pare di ricordare che ce li mostrò, a me e a mia sorella, solo quando anche noi, dalla scuola in poi, ci interessammo ai libri. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Mimma, mia sorella, più grande di me di tre anni e mezzo, quattro anni scolastici, per la prima volta portò a casa un romanzo preso in prestito dalla biblioteca scolastica. Era “Le ragazze di San Frediano” di Vasco Pratolini e me lo ricordo come un primo amore perché fu il mio primo romanzo – se escludo “Il Piccolo Lord” che ricevetti in regalo dalla zia Cetty per un compleanno di qualche anno prima e che lessi e abbandonai, e rilessi e riabbandonai, e che non amai perché mi sembrava un libro per bambini quando io già mi sentivo un ometto. Oggi, forse, mi pare di capire che non lo amai perché, come libro di narrativa, era un oggetto fino a quel momento alieno, che non aveva collocazione in casa perché non c’erano suoi simili…<span>  </span>I libri di scuola erano un’altra cosa, erano<span>  </span>materiale didattico sui quali ci applicavamo meccanicamente, ma un libro di narrativa dovevano aprirlo solo per nostro diletto!&#8230; In casa non c’era uno scaffale in cui sistemarlo fra gli altri, e “Il Piccolo Lord” con la sua ridicola copertina azzurra giganteggiava, da solo, e pretendeva da me un’attenzione che io non ero in grado di dargli perché mi mancavano quell’esperienza e quella dedizione che avrei appreso in un capitolo successivo della mia storia. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Ma quando Mimma portò in casa quel primo vero romanzo, che aveva paura di affidarmi perché “doveva restituirlo”, cominciai rudemente a intuire il vero valore dei libri: sapevo già dai libri di scuola che erano costosi e che andavano maneggiati con cura, foderati col riciclo della carta decorata dei regali passata sotto il ferro da stiro per proteggerli dall’usura – ma, a sentire ora mia sorella, erano anche piacevoli da leggere… Lei, che era la grande, era il mio unico referente, e così lessi anch’io quel mio primo romanzo che mi aprì la via a tutti i mondi possibili: allora era Firenze, una città lontana bella e sconosciuta in cui si parlava un altro italiano, e nelle cui vie, così minuziosamente descritte, cominciai a incamminarmi… Ed era pure il fascino delle parole che ricreavano mondi, visibili ed invisibili, reali lì da qualche parte e anche interiori, il mondo dei sentimenti, le contraddizioni, i contrasti, il destino… Cominciò con quella mia prima lettura, oggi mi sembra, il mio primo passo dentro l’età adulta: avrò avuto all’incirca dodici anni e sarebbe stato un lento lunghissimo e anche doloroso apprendistato.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Fu più o meno in quel periodo, come dicevo, che nostra madre trasse dai suoi mondi segreti quel libriccino di cui ci pareva di ricordare, adesso, frammenti, certi suoi accenni qua e là nel tempo, quando eravamo ancora troppo piccoli per capire, estratti durante la nostra fanciullezza come piccole perle di saggezza da quella sua lettura edificante per buone signorine d’altri tempi: “Pia dei Tolomei”, la vita di una santa che forse cominciai a leggere e forse abbandonai, già prematuramente disincantato, perché mi pareva così simile a quel “Piccolo Lord” così poco adatto a me, piccolo ometto… Mi dispiace, oggi, non averlo letto tutto e fino in fondo, e non poter condividere con lei, la vecchia mamma, il ricordo di questo suo reale tesoro.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Perché oggi comprendo in tutta pienezza il suo sentimento per quel libro che troppo precocemente considerai “da poco”: a dieci anni lei dovette abbandonare gli studi per lo scoppio della Seconda Guerra, alla fine della quale fece appena in tempo a raccattare quella licenza elementare che rimarrà il suo unico amaro titolo di studio. Perché dopo, passata la guerra, non le fu mai più concesso riprendere gli studi, nonostante le sue preghiere e le sue insistenze e il suo amore per lo studio e la lettura… La guerra aveva lasciato grandi disastri, ovviamente, e già l’anno prima del suo inizio, nel trentanove, suo padre era morto lasciando la vedova con sei figli da crescere, due maschi e quattro femmine, così fu naturale, data l’epoca e le circostanze, che mia madre fu data come apprendista sartina alla sorella maggiore, Bettina, già sarta rifinita. E solo a Lucia, alla sua sorella minore, l’ultima dopo di lei, fu concesso, nel tempo di pace che da lì in poi procedette, di continuare quegli studi, fino al diploma, che a lei non furono concessi benché strenuamente desiderati. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Si capisce, così, che tutto ciò che aveva avuto attinenza con lo studio, e la lettura, e il disegno, che lei aveva amato tanto, divenne per lei oggetto di vivo rimpianto, prima, e di mito, poi. Mito accresciuto, in seguito, anche dalla brutale leggerezza con la quale suo fratello Pippo le strappò i quaderni di scuola – che lei aveva conservato con cura nella nostalgia di ciò che non fu – per sistemarne le pagine squadernate come lettiera nella gabbia degli uccellini: i suoi bei disegni, i suoi temi, i suoi esercizi di bella scrittura tutti ricoperti, ora, di cacca d’uccelli, e poi l’indomani, buttati via per passare alla pagina successiva. Se si fossero distrutti sotto i bombardamenti ne avrebbe conservato meno pena. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Si capisce, così, che quel pochissimo che poté salvare dall’incuria e dal tempo divenne per lei oggetto intimo da difendere e custodire con dedizione nel fondo più profondo dei suoi cassetti: nessun quaderno, nessuna traccia del suo passaggio a scuola, nessuna memoria dai banchi – se non quella vocale da tramandarci a voce che ora trascrivo: la sua mano felice per il disegno in copia da altri immagini e disegni, ma incapace di disegno di fantasia – come ero adesso io; lo scarso amore per la matematica – che mi ha pienamente tramandato; e gli aspri rimproveri di una maestra che la qualificò per disattenta e svogliata mentre lei era solo inconsapevolmente miope, e solo molto tempo dopo, quando dovette applicarsi al cucito, ci si accorse che aveva bisogno degli occhiali… Ma intanto la guerra era già passata e la scuola era per sempre finita e cominciavano gli scappellotti e i rimproveri “dimostrativi” che Bettina le impartiva, a lei sorella minore, come ammonimento per le altre apprendiste. Fu per quello, per non continuare a subire quelle altre angherie da un’altra dei suoi maggiori, che andò dalla “mastra”, da un’altra sarta maestra, dove crebbe come sarta e come donna e dove rimase fino al suo primo fidanzamento, quello con papà. E’ da quel passato da dopoguerra così banalmente angusto e inutilmente angustiato da piccoli livori familiari, che ora riaffiorava la sua “Pia dei Tolomei”, quel suo piccolo e povero ma prezioso libro antico che ancora, oggi vecchia, da qualche parte conserva come ultima labile traccia del suo passaggio su quei banchi di scuola che troppo precocemente fu costretta ad abbandonare. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Fece passare qualche anno prima di tirar fuori l’opera omnia: tanti fascicoletti che alla loro epoca vennero venduti in allegato a una rivista, forse “La Domenica del Corriere”, così tanti fascicoletti che tutti insieme prendevano più spazio della “Recherche” ma molto più appassionante e divertente: la stessa struttura narrativa che in televisione sarebbe diventata “soap opera”, ovvero passioni e intrighi e colpi di scena da una puntata all’altra, da un fascicolo a un altro, per anni e anni di pubblicazioni… </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Io, intanto, cominciavo ad impilare i miei primi libri. Dopo “Le Ragazze di San Frediano” mia sorella portò a casa “Metello” e lessi pure quello, anche se lo apprezzai un po’ meno per il coinvolgimento politico e sociale che pretendeva da me giovane lettore. Ma quando poi portò il romanzo di una scrittrice che mi sembrò dal titolo essere cosa per femmine – feci il mio primo passo in quest’altro mondo conosciuto: coi miei piccolissimi risparmi misi piede, per la prima volta da solo, in una libreria, per comprarmi altri romanzi di quel Pratolini che era l’unico che conoscevo e che mi era piaciuto tanto. Solo che, non so che fu, feci confusione fra Pratolini e Pasolini e mi ritrovai, con mio stesso grande scandalo e sconvolgimento, immerso nella lettura dei “Ragazzi di Vita” dei sobborghi romani che parlavano un’altra lingua ancora, il romanesco, e che si denudavano per tuffarsi nel fiume e che si mostravano l’un l’altro i piselli e che frequentavano pure la malavita! Ero scioccato ed elettrizzato, non credo che ne parlai con la mamma, forse accennai qualcosa a mia sorella che era la mia referente letteraria, ma fu quello l’inizio della mia davvero personale via nella lettura che mi avrebbe rapito per sempre. Ovviamente dopo comprai anche “Una Vita Violenta” e dopo decisi che Pasolini per me era troppo, dato che ero davvero troppo giovane – almeno sentimentalmente. Da lì in poi cominciai anch’io a frequentare la biblioteca scolastica e quella comunale, anche se sin da subito capii che preferivo possedere i libri. E furono disordinatamente William Somerset Maugham, William Faulkner, Emile Zola, François Sagan, Pirandello, Čechov… </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Intanto avevo messo nell’armadio la raccolta di “Topolino” per fare spazio a “Diabolik” che però non ebbe un lungo corso poiché cominciai a trovarlo ripetitivo. Preferivo leggere i fotoromanzi di mia sorella, quelli con Franco Gasparri e Michela Roc, telefilm su carta stampata, sui quali devo dire, oggi, cominciai inconsapevolmente a farmi le ossa sulla struttura dei dialoghi, sulla scioltezza del linguaggio e degli escamotage narrativi che in seguito mi sarebbero serviti per la mia scrittura più che gli autori importanti che andavo leggendo… Poi, quando l’editrice dei fotoromanzi “Lancio” lanciò il fumetto “Lanciostory” divenni un appassionato anche di quello, e per sistemare i miei fumetti la mia prima libreria me la feci da me: appendendo al muro vecchi cassetti dipinti di giallo e foderati all’interno della stessa carta da parati con cui avevamo fatto ridecorare le due stanze: dopo la nonna, morta l’anno prima, era morto anche papà – e mamma, che aveva cominciato a lavorare come badante guadagnando così di suo, si sobbarcò le spese delle prime migliorie, dato che ora vivevamo la casa a tempo pieno, e un’allegra carta da parati, insieme alla lavatrice, furono i primi acquisti che fece per la casa – ma soprattutto per sé, oltre che per noi. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">“Sonia, la Deportata in Siberia” fu una lettura interminabile e appassionante. Narrava la storia di una nobildonna russa caduta in diecimila disgrazie fra amori impossibili e redenzioni sempre procrastinate nel tempo, ambientata all’epoca dell’ultimo zar e immersa in eventi storici reali con personaggi fittizi insieme ad altri veramente vissuti, come Rasputin, fra complotti e rivoluzioni storiche insieme ad altre gesta di pura fantasia a intessere la vicenda di Sonia la deportata in Siberia che fu il nostro sceneggiato televisivo segreto mentre in Italia impazzava “Sandokan” – che noi non abbiamo mai visto perché a quell’epoca non avevamo più il vecchio e storico Telefunken, morto insieme ai nostri morti, e fra l’acquisto della lavatrice e quello di un nuovo televisore nostra madre scelse, giustamente, il primo. </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Però ricordo che all’epoca, ero ai primi anni della superiore, quando tutti parlavano di quel Sandokan io tacevo, vergognandomi di essere così povero da non avere neanche il televisore in casa, e semplicemente mi astraevo dal gruppo… atteggiamento che via via mi venne sempre più naturale e poi connaturato. Non potevo parlare a nessuno di Sonia la deporta in Siberia, perché nessuno avrebbe capito la mia passione per quest’eroina tragica che veniva da un Paese e da un’epoca che, studiati poco e male a scuola, io stavo invece approfondendo per le vie della bassa letteratura… ma era il mio segreto, insieme alle tasche vuote di spiccioli anche solo per un gelato in compagnia, e agli inviti a vedersi una sera per una pizza sempre rifiutati per non chiedere i soldi a mamma che lavorava per noi… </span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Sono passati anni e son dovuto crescere parecchio prima di dire ad alta voce a qualcuno, quando in seguito fra amici ci si ricordava di quel Sandokan di tanti anni fa, che io non lo avevo mai visto se non sulle fotografie delle riviste. Ma non ho mai parlato a nessuno di Sonia, la mia compagna di quelle tante serate in silenziosa penombra di cui ora sono davvero orgoglioso, di quella Sonia che una sera mamma presentò timidamente a noi figli – che grazie alle sue fatiche continuavamo a frequentare quella scuola a lei negata e che ora leggevamo romanzi veri: ci mostrò con un po’ di vergogna, e un po’ minimizzando la portata dell’evento, i primi numeri di quella lunga storia a puntate per l’acquisto della quale anche lei aveva dovuto faticare a mettere insieme i centesimi, con vergogna perché senza l’approvazione di nostro padre che, più colto, leggeva solo il quotidiano. E quando anche noi ci appassionammo alla sua lettura giovanile quasi voleva dissuadercene, perché non era all’altezza di noi: che questo senso di eterna disistima le era stato conculcato dalle persone che, pure, le avevano voluto bene.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-size:12pt;"><strong><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">Herta Muller ricorda che sua nonna, nella loro Romania germanofona, all&#8217;arrivo dei russi bruciò nella stufa tutti i libri di un suo figlio pazzoide e nazista, probabilmente anche quelli buoni dato che nella sua ignoranza non aveva saputo distinguere. Da noi invece arrivarono gli americani e non ci fu nulla da bruciare, che tutto era già stato incenerito, anche sotto la cacca degli uccellini: ricordi, speranze, autostima.</span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;"><span style="font-size:14px;"><span style="color:#800000;">per saperne di più: <a href="http://rds.yahoo.com/_ylt=A0geu7Jdu2VLfZ0AmHdXNyoA;_ylu=X3oDMTEyMG8yZW8wBHNlYwNzcgRwb3MDMQRjb2xvA2FjMgR2dGlkA1FSVzFfNzU-/SIG=12h54ocq3/EXP=1265044701/**http%3a//www.scritturaimmanente.it/autori/muller/vitamuller.htm" target="_blank">Herta Muller</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pia_de'_Tolomei" target="_blank">Pia dei Tolomei</a></span></span></span></p>
<br />Filed under: <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/5-storie-diario/'>5 - storie / diario</a>, <a href='http://camillosanguedolce.wordpress.com/category/5-storie-diario/i-libri-di-casa/'>I Libri di Casa</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/402/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/402/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=402&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Elogio del Regalo Riciclato</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 16:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Elogio del Regalo Riciclato]]></category>

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		<description><![CDATA[Passate le feste natalizie comincia il riflusso, la marea di ritorno, il pellegrinaggio ai negozi dove ancora è possibile cambiare il regalo sbagliato ricevuto. Partendo da un presupposto: nel ricevere un regalo ci è necessaria più generosità che a farlo. E’ una predisposizione d’animo, un’apertura mentale all’arte del possibile: apprezzare – non l’oggetto più o [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=398&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.cksinfo.com/clipart/holidays/christmas/green/gift3-grn.png" alt="" width="302" height="290" /></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Passate le feste natalizie comincia il riflusso, la marea di ritorno, il pellegrinaggio ai negozi dove ancora è possibile cambiare il regalo sbagliato ricevuto.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Partendo da un presupposto: nel ricevere un regalo ci è necessaria più generosità che a farlo. E’ una predisposizione d’animo, un’apertura mentale all’arte del possibile: apprezzare – non l’oggetto più o meno inutile o più o meno brutto – ma il gesto del regalo in sé, valutando non l’oggetto ma chi l’ha regalato: la vecchia zia che continua a regalarci ninnoli di Capodimonte va amata e ringraziata sempre, per quello che è e non per quello che porta.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Ci sono brutti regali che nascono da brutte circostanze: dover ricambiare, mancanza di tempo per l’acquisto, pochi soldi da voler o poter spendere, scarsa conoscenza della persona a cui il regalo va e/o assoluto disinteresse per quella persona.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Brutti regali ne facciamo e ne riceviamo. Se non si possono cambiare li cestiniamo o li ricicliamo – passando per i vari casi-limite come quello di una coppia di amici che hanno ricevuto per regalo di nozze un orrendo quadro in argento sbalzato e smaltato che tengono nascosto nell’armadio e che tirano fuori quando aspettano in visita i parenti autori del delittuoso regalo.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Fra i “riceventi generosi” che descrivevo all’inizio ce ne sono di due tipi: gli stoici e i pratici. I pratici, benché apprezzando il gesto in sé, continuano a valutare l’oggetto per quello che è, e se ne disfano: spazzatura o riciclo poco importa. Gli stoici, invece, non riescono a separare l’attenzione per la persona dall’attenzione per l’oggetto, e pur non amandolo cominciano a conviverci, gli trovano una collocazione nel loro immaginario e nella loro casa… C’è da aggiungere che questi stoici, in genere, difettano di gusto proprio e vivono in appartamenti che presto cominciano a somigliare a magazzini di rigattieri.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Una piccola percentuale di riciclatori si disfa del regalo sgradito vendendolo online o ai mercatini dell’usato – ma il riciclo di cui faccio l’elogio è un’altra cosa: è un’arte. L’arte non è mai (anche se i parametri cambiano nel tempo) disgiunta dalla bellezza, e quanto l’oggetto è veramente brutto (o inutile) tanto più va trattato con cura e bellezza d’animo: perché ogni cosa, qualsiasi cosa, che non piaccia o non serva a noi, può piacere o servire a qualcun altro – come ci insegnano oggetti e piccoli mobili recuperati dai cassonetti: ciò che è superfluo per qualcuno è indispensabile a qualcun altro.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Parafrasando la natura: nulla si distrugge, tutto si ricicla. E del resto c’è chi lo fa per mestiere o chi ne fa anche arte. Un’amica per i suoi primi quarant’anni ha ricevuto il secondo impianto stereo che, previo amichevole accordo, ricicla all’altr’amica che ha appena fuso il suo. Ma l’arte vera consiste nell’individuare nella cerchia di amici e conoscenti la persona a cui il nostro ingombro può rivelarsi utile o gradito – senza riciclare a caso brutti oggetti reiterando brutti e ingenerosi gesti: perché fare un regalo, inevitabilmente, significa dare un valore monetario al nostro rapporto di amore, amicizia o parentela.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Regalare quello che si dice “un pensierino”, tipo un angioletto da 3 euro, significa davvero dare solo corpo a un “ti penso”… solo che quel “ti penso”, poi, deve essere collocato, spolverato… quindi non prendiamocela se poi, a casa dei nostri amici, non lo vediamo più perché è stato rispedito al creatore: il messaggio affettuoso è arrivato… ma la sua fisicità era troppo ingombrante! In questo caso, se si ha poco da spendere, meglio spendere in mangereccio: una tavoletta di cioccolato o un lecca-lecca gigante dichiarano il nostro affetto con più dolcezza e meno ingombro nello spazio e nel tempo.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Ricapitolando: bisogna avere la pazienza e l’accortezza di conservare con amorosa cura l’oggetto che vogliamo riciclare, marcandolo con la data e il nome della persona da cui l’abbiamo ricevuto – per non restituirglielo al prossimo natale (che può succedere anche questo!) e per poterlo serenamente riciclare, in un secondo tempo, in un altro ambito a un’altra persona che non abbia contatti con la prima: questa regola è fondamentale affinché la cosa brutta e/o inutile che ci è stata regalata, magari in esemplare unico perché pregiato pezzo artigianale, non venga poi ritrovata in bella vista a casa di parenti e amici comuni.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Conservare, però, significa anche avere in casa uno spazio apposito che non sempre c’è. I meglio organizzati, i professionisti del riciclo, in genere non aspettano neanche natale per aprire il pacco, e battendo il ferro caldo lo vanno a cambiare subito in negozio o lo re-incartano per ricollocarlo durante la stessa festa: risparmiando, così, soldi tempo ed energia. I più romantici, invece, aspettano di aprire i regali sotto l’albero, fingendo anche con se stessi sorpresa meraviglia e gratitudine per ogni ulteriore fermaglio o porta-chiavi che accumulano: perché comunque il natale è natale… e per fortuna viene solo una volta l’anno.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Ci sono poi i realisti disincantati che meritano tutto il nostro possibile rispetto: sono quelli che in genere spendono cifre anche considerevoli e fanno regali importanti – ma proprio perché consapevoli che chi riceve il regalo lo guarda sempre con occhi differenti dai nostri (o perché naturalmente insicuri, o perché resi tali da mogli e fidanzate sempre incontentabili) si premuniscono, al momento dell’acquisto, chiedendo se sarà possibile cambiare e conservando lo scontrino per l’occasione che sicuramente verrà. In questo caso si tratta di riciclatori per interposta persona, di riciclatori del proprio stesso regalo, che alla gioia dell’acquisto accompagnano però un’amara consapevolezza.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Il periodo d’oro del riciclo selvaggio si pone in quella terra di mezzo fra il natale e il capodanno, quell’ultimo spazio conosciuto fatto di pochi giorni confusi che presto ci condurrà all’ignoto del nuovo anno, quando – molti anche attenti a riciclare le carte da regalo ben stirate in una scatola insieme a tutti i possibili nastri da riciclo per regali da riciclare – si vanno a fare gli auguri agli amici e ai parenti sfuggiti al primo giro: in genere tutto viene ridistribuito a caso e la candela profumata avuta dalla collega va bene anche per la seconda moglie dello zio.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Infine ci sono i riciclatori giocosi che organizzano le tombole-kitsch dove le poste in palio sono i regali da brutti e inutili. E’ un’occasione divertente per disfarsi della propria paccottiglia col rischio di portarsene a casa altra: se da un lato c’è la naturale voglia di vincere al gioco, dall’altra c’è il terrore di vincere l’orrendo premio. Si ride, e si dà agli oggetti un vero valore: quello catartico. Ma attenzione, nuovamente, a non mettere in palio regali che l’altro concorrente potrebbero riconoscere come proprio.</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">Dunque riciclare un regalo a volte si può, certe altre si deve: perché nessuno ci obbliga a convivere con oggetti che riteniamo inutili e brutti: che se la bellezza è negli occhi di chi guarda… basta mettere quell’orrore davanti agli occhi giusti!</span></span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong><span style="color:#287b32;"><span style="font-size:14px;">E per finire un riciclo davvero da manuale (e senza nomi): c’è stato uno che ha riciclato la sua fidanzata (che non sopportava più) al suo migliore amico che non perdeva occasione per dirgli quanto fosse fortunato ad essere amato da una donna così… Né la fidanzata (poi ex) né l’amico si sono mai accorti di essere stati oggetto e destinatari di riciclo… ma questa è una storia che va raccontata un’altra volta!</span></span></strong></p>
<br />Pubblicato in: Elogio del Regalo Riciclato  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/398/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/398/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=398&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Io c&#8217;ero!</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 17:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>camillosanguedolce</dc:creator>
				<category><![CDATA[2 - storie/senza/limiti]]></category>
		<category><![CDATA[Io c&#039;ero!]]></category>

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		<description><![CDATA[1092 parole, tempo di lettura 8 minuti circa Il bello delle bugie è che hanno le gambe cortissime e le diciamo perché poi non vediamo l’ora di svelarle e di sbugiardarci da noi stessi pur di apparire estremamente spiritosi prima ancora che noiose persone attendibili. Io per primo avevo dichiarato a destra e a manca [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=364&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://agenda.filastrocche.it/wp-content/uploads/2008/10/pinocchio.png" alt="" width="438" height="442" /></p>
<p style="text-align:center;">1092 parole, tempo di lettura 8 minuti circa</p>
<p>Il bello delle bugie è che hanno le gambe cortissime e le diciamo perché poi non vediamo l’ora di svelarle e di sbugiardarci da noi stessi pur di apparire estremamente spiritosi prima ancora che noiose persone attendibili.</p>
<p>Io per primo avevo dichiarato a destra e a manca che non mi sarei mai perso la grande manifestazione di Roma per la libertà di stampa… salvo poi ricevere un’inattesa telefonata per passare l’intero pomeriggio a fare sesso: manifestazione addio.</p>
<p>Quella sera la mia amica Costanza doveva festeggiare il compleanno e pur di non mancare, anche lei, alla manifestazione, né per costringere a un tour de force i suoi invitati che avrebbero altrettanto manifestato, ha sostituito la cena del compleanno con un pranzo domenicale, all’indomani. Io arrivai fra i primi e mentre in cucina ancora preparava mi svelò che, presa dalle pulizie e dai preparativi, era rimasta a casa e non era andata alla manifestazione: ma lo diceva solo a me, per carità. Anch’io avrei potuto svelarle la mia verità, sincerità per sincerità, ma io sono un po’ più infame.</p>
<p>Eravamo quanti? una trentina? la festa in terrazza fu un successo: giornata splendida, numerose portate deliziose e ottimo vino a volontà. E si sa, dopo il secondo bicchiere, quanto possono essere affettuosi gli amici: “Ma hai visto quanta roba ha cucinato? – mi fa Nicole che non sapeva fare neanche un uovo sodo – Secondo me ieri è stata tutto il giorno a spignattare, altro che manifestazione!” Io non ho confermato, non sono così infame. “Del resto io c’ero – concluse Nicole – e non l’ho mica vista!” “Tu c’eri? – s’agganciò Flaminia – e dov’eri? c’ero anch’io!” “Eravamo una marea – fece allora Lorenza, che era del gruppetto delle amiche intime – gente a perdita d’occhio… – disse allargando il discorso a tutti – a meno di darsi un appuntamento preciso era assolutamente improbabile incontrarsi lì casualmente.” E di seguito tutti a dire la propria: io c’ero. Salvo precisare di non essere riusciti a incontrare nessuno, neanche quelli con cui ci si era dati appuntamento.</p>
<p>Costanza mi sorrideva soddisfatta: il suo pranzo di compleanno era riuscitissimo, la sua cucina apprezzatissima… ma dei suoi amici così culturalmente impegnati e presenzialisti, che dire? Mi fece l’occhiolino e la seguii in cucina con la scusa di aiutarla col caffè.</p>
<p>“Quella stronza di Nicole – mi fa – ci stava andando davvero ma poi s’è infilata in un negozio di scarpe e l’hanno dovuta cacciare alla chiusura, alle otto!” “E tu come lo sai?” mi stupii. “Ma me l’ha detto lei stessa, che era troppo orgogliosa delle scarpe nuove che sta sfoggiando: vuoi mettere un paio di scarpe con una manifestazione? Io perlomeno mi sono fatta il mazzo per farli mangiare oggi! Flaminia invece l’ho incontrata ieri mattina al supermercato che sembrava una zombi: aveva più ricrescita di capelli bianchi che sangue nelle vene. L’hai vista com’è splendida oggi? è chiaro che ieri ha passato tutto il pomeriggio dal parrucchiere!” “E fuori due” fu il mio commento. “E Pietro?” riprende. “A proposito – la interrompo – chi è quel ragazzino che s’è portato dietro?” “L’ultimo fidanzato, ma lui lo chiama allievo di recitazione. Gli è arrivato ieri pomeriggio caldo caldo dal paesello, come ogni fine settimana: ti pare che venivano alla manifestazione?”</p>
<p>Siamo tornati in terrazzo, io reggendo il vassoio con una ventina di tazzine e lei portando la caffettierona da diciotto: ancora parlavano della manifestazione, della necessita di esserci, dell’imperativo morale, della necessità culturale, del momento di grande condivisione eccetera eccetera, e io e Costanza cominciammo ad osservarli col distacco inquisitorio di due detective: quello sarà rimasto a chattare come sempre, quell’altro fa l’intellettuale ma poi non gliene frega niente; quella ha il marito rompiballe e tre figli venuti peggio che figurati se la lasciavano andare; quelli si sono appena sposati e stanno ancora col cervello in luna di miele mentre quell’altra sfoggia una borsetta nuova che sembra fare il paio con le scarpe di Nicole…</p>
<p>Ma il bello è che, dopo il tramonto, dopo parecchi caffè e ammazzacaffè, nella penombra e nell’umidità che cominciava ad addensarsi nel tepore ottobrino, restringendo il cerchio delle sedie intanto che avvenivano le prime uscite di scena, stretti stretti nella condivisione dei fumi delle sigarette, degli spinelli e delle grappe, scivolammo verso l’inevitabile momento delle confidenze rilassate.</p>
<p>Cominciò Pietro, stavolta rivelando a tutti la sua omosessualità: “Ma-ddài!” fu il nostro commento, in coro. Perché lui ora era davvero innamorato di questo burinozzo dei Castelli al quale aveva, giustamente, dedicato l’intero pomeriggio: altro che manifestazione. Ad una ad una seguirono e caddero tutte le altre menzogne: pigrizia, stanchezza, orrore per la massa informe, disinteresse, impegni improvvisi, appuntamenti al cinema… Nessuno era andato alla manifestazione per la libertà di stampa ma tutti avevano sentito il bisogno di mentire per non sentirsi fuori da un coro in cui sentivano di esserci da sempre, per idealismo culturale o identità politica o senso della libertà. Ma si sa che l’umanità percorre altre vie…</p>
<p>Solo pochi parvero sinceri nel continuare a sostenere che invece c’erano andati, davvero. Ed era plausibile che almeno pochi fossero stati sinceri. E fra questi Lorenza, la bellissima Lorenza che aveva voluto trascorrere quel pomeriggio a fare sesso con me. Per questo anch’io continuai a mentire sostenendo che, davvero, anch’io c’ero! come a farle da sponda con una menzogna che copriva altre menzogne.</p>
<p>E quando a sera inoltrata tutti ci salutammo, alticci soddisfatti e partecipativi, ora davvero sì, nessuno si sentiva in colpa per niente o defraudato di nulla: la nostra partecipazione alla manifestazione restava un punto fermo, anche se filtrata attraverso i personali distinguo, perché esserci spiritualmente ci sembrava, a quell’ora della sera, un po’ come esserci stati davvero, fisicamente, lì nel cuore della folla. Mentre nel proprio cuore si ha, davvero, sempre qualcos’altro.</p>
<p>Così, adesso, facendoti credere, a te che leggi, che scrivendola sto svelando la mia estrema verità, in verità io continuo a mentire: Il marito che venne a prendere Lorenza in realtà non era un marito, come Lorenza non si chiamava davvero così; e neanche Costanza si chiama davvero Costanza e la festa di compleanno non era la sua festa ma un’altra, su un altro terrazzo, in un’altra città; così come quella grande manifestazione non era quella che ho detto ma un altro grande evento di tanti anni fa: perché passano gli anni e io sono sempre io, mentitore incallito, e ogni avvenimento è uguale a qualsiasi altro a fare da sfondo a questa debolezza che però non è solo mia: dire sempre “Io c’ero!” mentre il cuore è sempre altrove.</p>
<br />Pubblicato in: 2 - storie/senza/limiti, Io c&#039;ero!  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/camillosanguedolce.wordpress.com/364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/camillosanguedolce.wordpress.com/364/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=camillosanguedolce.wordpress.com&amp;blog=5629147&amp;post=364&amp;subd=camillosanguedolce&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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